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Voynich, un mistero tra le pagine

Posted by Pubblicato da Filippo Martelli On 01:34

Il passato, nella sua forma più oscura e misteriosa, alle volte emerge da posti e mediante accadimenti tutt'altro che immaginabili. In certi casi i fatti comporrebbero molto bene dei testi, o sarebbero la trama ideale di un film, o di una saga. Uno dei fatti che più di tutti ha suscitato le fantasie di scrittori, registi e studiosi, ovviamente, è un manoscritto medievale; l'unico manoscritto ancora non codificato. Stiamo parlando del cosiddetto manoscritto Voynich. Il suo nome origina dal nome del suo scopritore, tale Wilfrid Voynich, mercante di libri statunitense. In vacanza vicino Frascati, giunto al collegio Gesuita di Villa Mondragone; Voynich era stato chiamato per comprare una trentina di volumi che i gesuiti avevano necessità di vendere per ricavare dei fondi da investire per restaurare alcuni locali, tra cui la stessa biblioteca. Tra i manoscritti acquistati Wilfrid ne trovò uno che subito colpì la sua attenzione. Tante figure, pochi dati concreti; fu così che, sfogliando il manoscritto Voyinich si imbatté in una lettera antica, scritta da Johannes Marcus Marci, rettore dell’Università di Praga tra il 1595 ed il 1667. Nella lettera Marci chiedeva al destinatario di poter decifrare il manoscritto, in cui erano segnate poche parole in greco antico. Proprio queste spinsero Voynich a datarlo attorno al XIII secolo.
Ma cos’ha di così tanto particolare il manoscritto da renderlo una preda ambita per tutti gli alchemisti dell’epoca? Sembra alquanto strano, ma ancora non è ben chiaro; la lingua in cui è scritto è sconosciuta e non reca riferimenti né indizi che possano dare una soluzione al mistero.
Il manoscritto è saturo da cima a fondo di disegni di tanti e differenti temi: piante, persone, luoghi, costellazioni e molto altro.
L’opera è costituita da molte sezioni, ognuna riguardante temi differenti e sempre e comunque ricca di figure e schemi:
la I Sezione è stata definita “botanica”(così come per le altre, non essendo possibile ancora conoscere la lingua del testo, prende un nome che vuole essere un riferimento diretto alle immagini presenti): il contenuto riguarda 113 disegni di piante sconosciute, anche se un tipo ivi rappresentato è molto simile ai comuni girasoli, allora ancora non noti, provenendo dalle Americhe.
La II Sezione è definita “Astronomica” o “Astrologica”; riguarda due campi, quindi, connessi, ma allo stesso tempo distinti in maniera netta. Il contenuto di questa seconda sono 25 diagrammi, pare, di stelle e costellazioni(ed effettivamente alcune costellazioni sono rappresentate). Il contenuto, comunque, per quanto palese in forma grafica, non ha ancora una spiegazione del suo significato sia in termini di diagrammi, ad eccezione di poche costellazioni, appunto, che, soprattutto, in termine discorsivo e di scrittura.
La III Sezione prende il nome di “biologica”. Il nome è però attribuito alla stessa solo in virtù di alcuni disegni che avrebbero potuto, in piccola parte, dare alla Sezione il nome di anatomica; le figure sono rappresentazioni di donne nude, messe in piedi, l’una a fianco dell’altra, in posizione prevalentemente statica. In certi casi queste sono stranamente, almeno fino a quando la lingua non sarà decifrata, immerse fino alle ginocchia in alcune vasche intercomunicanti contenti un liquido di colore scuro, una per donna.
Poi, prima della IV Sezione è presente un foglio ripiegato sei volte su cui sono disegnati nove medaglioni e strane immagini che rimandano immediatamente alle strutture delle cellule e altre che ricordano fibre di petali o foglie; altre icone ancora rappresentano, quantomeno a prima vista, altre costellazioni.
La IV ed ultima Sezione è definita “farmacologica”. Il nome in questo caso è dovuto alla presenza di numerose ampolle e becker, oltre a radici verosimilmente medicinali.
Insomma, sembrerebbe una sorta di antica Encyclopédie, la famosa opera simbolo dell’età dell’illuminismo che voleva raccogliere tutto il sapere delle arti, dei mestieri e delle tecnologie fino ad allora noti, la quale è composta quasi esclusivamente da tavole di disegni, schemi e progetti di utensili, tecnologie, architetture, arcarecci, ponti e molto altro ancora.
Di teorie ne sono state prodotte moltissime. La prima, quantomeno per vicinanza con altri casi storici di terzi reperti archelogici e/o reliquie, tuttora ricchi di fascino e mistero, è che il manoscritto Voynich non sia altro che un falso risalente a circa il XVI secolo, creato ad arte per chissà quale ragione; se per semplice diletto o per la voglia di scherzare. Questa giustificazione, oramai, è quasi un classico dell’archeologia; non di tutta, ma di quella che cerca di ridurre l’importanza di certe reliquie. E’ comunque un’ipotesi da prendere in considerazione, nulla può essere lasciato al caso e in uno studio senza punti di riferimento ben definiti, qualsiasi ipotesi o traccia diventa indizio.
Numerosi altri studiosi si sono prodigati nel tentativo di sciogliere il nodo relativo alla coltre di fumo che avvolge il manoscritto. William Newbold, professore di filosofia presso l’Università della Pensylvania, fu il primo ad affermare che il linguaggio fosse traducibile, ed affermò di esserci riuscito. Nel 1921 pubblicò un libro, quasi un manuale, con il quale indicava la via per tradurlo e attribuiva il tutto a Ruggero Bacone, che avrebbe realizzato l’opera utilizzando un latino camuffato. Il tutto direbbe che già nel tardo medioevo sarebbero state note nozioni di astrologia molto avanzate e di biologia molecolare. Altri tentativi furono poi fatti da altri studiosi, tra cui, nel 1945, il professor William Friedman, che costituì a Washington un gruppo di studiosi, il “First Voynich Manuscript Study Group”; tutti gli sforzi però produssero un nulla di fatto, anche se si notò una certa ripetitività negli scritti. Un’ipotesi più distante dalle precedenti, ma interessante, fu quella prodotta nel 1978 dal filologo dilettante John Stojko; secondo lui la lingua di cui si trattava era l’ucraino; la traduzione, effettivamente ha un certo senso, ma il problema è che non corrisponde ai disegni. Facendo un passo indietro di due anni arriviamo al 1976 e alla teoria, forse, più significativa, prodotta da William Bennett; applicando la teoria della casistica alle lettere e alle parole, riscontrò che il vocabolario del Voynich non è poi così limitato e che la ripetitività è solo dovuta ad una semplificazione dei testi; oltretutto il Voynich avrebbe una riscontrabilità evidente tra le lingue moderne nell’hawaiano. Altra ipotesi è quella che si tratti di una lingua filosofica, in cui l’alfabeto e le parole sono combinate secondo sillabe ed indicate, in maniera distintiva dalle altre, solo da una lettera che, rispetto ad una parola diversa è distinta per un solo elemento; questo spiegherebbe la ripetizione delle parole ancora, comunque, da decifrare.
C’è quindi allora ancora tanto da scoprire, e fino a che non spunterà una qualsiasi traccia da qualche parte, il manoscritto Voynich continuerà a celare i suoi misteri ed il suo vero, se non si tratta di un falso, significato. Ancora una volta la strada verso la verità risulta in salita, ma qualche passo piace sempre farlo; il fascino del mistero non muore mai.

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