Buon 2012 a tutti voi!!!! Il blog compie 3 anni e continuerà a crescere ancora!!! Buona lettura a tutti!!!




Presso il Mercure Hotel, nell'area EUR di Roma, alle ore 10.00
Interverranno: Adriano Forgione, Daniele Gullà, Susy Blady, Massimo Fratini, William Facchinetti Kerdudo, Enzo Valentini, Claudio Foti e Felice Vinci.
Al Convegno interverranno anche tanti altri ricercatori, tra i quali Barbara Frale - Archivista vaticana e esperta di cavalieri templari.
Accorrete numerosi!!!
La data, al di là di quanto scritto qui sotto, sarà il 4 MARZO 2012. Vi informeremo su eventuali cambiamenti. Il cambio della data è dovuto a causa del maltempo che imperversa su tutta la penisola e, in particolar modo, Roma.

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Frankenstein, incubo o realtà?


La penna di Mary Shelley ha costellato la galassia della letteratura inglese con un'opera che è stata ispirazione, più o meno volontaria, di film, libri e racconti incentrati su oscure e lugubri vicende, che hanno generato il genere della Fantascienza. Ha così stimolato la fantasia di plurimi scrittori che si sono dediti allo sviluppo di storie del terrore. Ma se per molti di essi le vicende di cui hanno raccontato, narravano di fantasie e fantasticherie, forse per altri sono sussistiti argomenti e vicende realmente avvenute che hanno costituito la spaventosa struttura dei libri.
Come ben sappiamo, Mary era moglie del poeta inglese Percy Shelley. A Ginevra, ove vissero per più anni, conobbero Lord Byron e qui si cimentarono, con altri scrittori e personaggi illustri, in una gara letteraria al fine di realizzare un racconto di paura che fosse il più spaventoso possibile. I suoi primi tentativi non andarono a buon fine, ma d'improvviso un'idea le balenò nella mente, lasciando che la sua mano scrivesse ciò che in un incubo le era apparso. Quest'ultimo elemento sembra essere semplicemente una copertura per un qualcosa di più vero e spaventoso. Un alchimista infatti avrebbe cercato di operare un esperimento simile in un castello vicino a Francoforte - in Germania - a Darmstadt, offrendo a Mary Shelley l'opportunità di avere il materiale necessario alla realizzazione del proprio volume.
Il castello è antichissimo, così come antichissime sono le origini della famiglia che lo ha abitato. I Frankenstein.
Nel 940, infatti, sembra che un certo Arnold, appartenete alla medesima stirpe, abbia vinto nel suo castello un prestigioso torneo cavalleresco. La famiglia però si estinse nel XVII secolo, alla morte di Philip Ludwigh, l'ultimo erede. Il castello passò allora in mano ai Darmstadt, senza più tornare in possesso ad un solo Frankenstein.
Sembra però che proprio un'appartenente alla medesima famiglia fosse l'alchimista suddetto; o quantomeno che alla medesima fosse legato. Egli, Conrad Dippell, era un uomo che, oggigiorno, definiremo 'necrofilo'. Si addentrava la notte nei cimiteri, sottraendo i cadaveri delle persone decedute da poche ore su cui poter condurre esperimenti. In realtà il termine che gli abbiamo assegnato è un po' eccessivo, ma può rendere l'idea sugli esperimenti e le ambizioni di quest'uomo. Sul suo tentativo di rendere la vita a chi l'ha perduta.
Conrad Dippell(1673-.....) era nato nel castello dei Frankenstein, ma quando questi non erano più padroni del complesso. Ciononostante, Conrad aveva firmato la propria tesi di laurea col nome della famiglia estinta; tesi in cui sosteneva di poter essere in grado di creare un uomo in laboratorio. Iniziò dunque a condurre esperimenti segreti sui cadaveri, sezionandoli e studiandoli. Gli abitanti del luogo così fecero girare voci che narravano del fatto che Dippell, nel suo castello, fosse stato in grado di realizzare un uomo utilizzando varie parti di cadaveri(la medesima lugubre vicenda di cui tratta "Frankenstein"). Ciò che egli voleva fare, però, non era poi così distante dalle credenze popolari, in quanto, come alchimista, desiderava trovare l'elisir di lunga vita e così creare un uomo che vivesse in eterno.
Ma come può aver fatto Mary Shelley a giungere a conoscenza di questa storia entrata, certamente, nell'immaginario popolare della popolazione che viveva in quell'area germanica? 
La storia di Conrad Dippell giunse in terra ingelse raccontata dai fratelli Grimm, i noti scrittori di fiabe, che nel 1813 scrissero una lettera in cui narravano la storia di Dippell alla loro traduttrice, Mary Claremont che, guarda caso, era la matrigna della Shelley. Connessa all'alchimia, questa storia, come il castello e la vicenda del barone Frankenstein, avrebbe spinto la nota scrittrice, venuta a conoscenza di questo fatto, a trasporre la vicenda su carta fino a realizzare la sua opera più importante. Fonte d'ispirazione, però, fu anche il padre William Godwin, amico di Erasmo Darwin. Assieme realizzavano modelli anatomici in cera costruendo corpi finti che poi esponevano nelle loro abitazioni. Altre volte, i due si davano appuntamento nel cimitero ove la madre di Mary era sepolta. Certamente non si trattava di esperienze convenzionali, pur costituendo l'ossatura principale dell'opera in quanto fonte d'ispirazione. Per meglio approfondire la questione, basta dire che ad Ingolstadt, in Germania, Darwin condusse esperimenti di fisica e anatomia, studiando gli effetti dell'elettricità sui corpi. In particolare di quello che l'elettricità era in grado di produrre alle zampe di rana che si contraevano; esperimenti esposti da Galvani in Italia e che, ad Ingolstadt, erano condotti su parti del corpo umano che prese dai cadaveri di uomini giustiziati. 
Ebbene, l'ambientazione di "Frankenstein" è proprio il castello sito in quello stesso luogo, di cui certamente Mary Shelley ha sentito parlare.
In conclusione, si può dire che questo romanzo fantascientifico, e per questo ai limiti tra fantasia e realtà, sia stato - e sia tuttora - un manifesto più che mai vivo ed importante di un fanatismo che, in certi casi, ha anticipato la realtà più estrema. Un fanatismo che, come spesso accade, è opera di ricercatori avanguardisti che nei loro esperimenti si avvalgono di decisioni certamente non etiche, ma necessarie talvolta, e che stimolano il dibattito e le discussioni. Tuttora la clonazione, come il riportare in vita un cuore deceduto di un essere vivente, cose che fino a pochi anni fa apparivano come "fantasie pure", sono il frutto di questo mestiere e il tema base delle discussioni e dei conflitti che ammantano scienza, società, religione ed etica. 
Sta a noi saper discernere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato. Perché, in fondo, al di là della giustificazione del lugubre sfondo assegnato alla sua opera, Mary Shelley ci insegna che la storia del dottor Frankenstein e della "creatura" deriva non da un semplice sogno, ma da un incubo.

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Intervista col Professor Massimo Ricci sulla Cupola del Brunelleschi


PER CHIUNQUE AVESSE PROBLEMI NEL SEGUIRE L'INTERVISTA A CAUSA DELLA MUSICA: E' possibile disattivare la musica, per seguire tranquillamente l'intervista. Nella COLONNA DI DESTRA del blog, dopo i siti e i forum affiliati e prima dei lettori fissi, c'è un rettangolo video/audio che è possibile stoppare dal tasto centrale. 













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Shakespeare, un mistero tutto italiano

I suoi versi hanno fatto sognare milioni di persone in tutto il mondo e continuano a riecheggiare da secoli, oramai. Delicati, duri e sublimi. Solo con tali aggettivi possiamo avvicinarci a definire i contorni dei versi di un poeta noto in tutto il mondo, versi che fanno sognare, ma che altrettanto celano un oscuro mistero. Se infatti essi sono chiari, palesi e capaci di farci sognare o di descrivere le gesta di personaggi leggendari, storici, meno chiara è la figura dello stesso scrittore di tali opere. William Shakespeare da secoli fa parlare di sé, ma senza che noi si sappia alcunché sulla sua vita, sulle sue origini, ed i versi che avrebbe scritto di proprio pugno che ci sono giunti a noi ancora intatti sono molti pochi. Ma chi era, per quanto noi conosciamo, Shakespeare, e soprattutto quali erano le sue origini? Cerchiamo di fare chiarezza e di mettere ordine tra le teorie che lo investono.
I misteri sulla sua figura riguardano anche i ritratti che sono a noi familiari. Ne esistono solo tre, di cui uno solo, probabilmente, è autentico. Perciò i dubbi formalmente riguardano anche il suo aspetto. Una figura, quindi, molto complessa e soprattutto dai tratti quasi spiritici, essendo un artista di cui si sa ben poco, di cui non si conosce il vero e proprio aspetto e le cui opere, per quanto leggendarie ed eterne non sono scritte di suo pugno; quelle che gli storici ritengono 'originali' sono appena quattordici, per cui rimangono anche i dubbi su chi fosse il vero autore di quelle opere. Se vogliamo però cercare di capire di chi stiamo parlando, dobbiamo allora cercare tra le sue origini; ed esiste una teoria rivoluzionaria, che lo vorrebbe, addirittura, italiano. Stando a numerosi studiosi William Shakespeare sarebbe esistito realmente, ma appunto le sue origini sarebbero da ricercare altrove e, come detto, in Italia con precisa collocazione in Sicilia, nella città di Messina; ma andiamo con ordine. Di Shakespeare conosciamo la data di nascita: 23 Aprile 1564, giorno di San Giorgio e festa nazionale inglese, una strana coincidenza. Shakespeare sarebbe quindi nato a Stratford upon Avon da John, un commerciante in pelli e Mary Arden, figlia di un proprietario terriero. A soli dieci anni fu costretto ad abbandonare la scuola, senza poter poi aver possibilità, se non a livello da autodidatta, di imparare molto, costretto a lavorare per cercare di soccorrere la famiglia che aveva grossi problemi economici. A ventun anni Shakespeare si trasferì a Londra, lasciando moglie e figli-tre, tutti battezzati con rito cattolico romano-ed intraprendendo da prima la carriera da attore, per poi passare a quella di drammaturgo. Il grande autore morì, stando ai dati a noi in mano, il 26 aprile 1616, ma alcuni storici, studiando la storia di un personaggio messinese dello stesso periodo, un tale Michelagnolo Florio. Questo sarebbe stato figlio di un tale Giovanni Florio, medico e pastore calvinista e di Guglielma Crollalanza, una nobildonna messinese. Sia la famiglia del padre che quella della madre avevano parenti sia in Italia che in Inghilterra e John, uno dei pareti oltremanica, era autore di alcuni sonetti, letterato e autore del primo dizionario Italiano-Inglese. Vi è poi Giovanni, parente della madre, che da anni vive in Inghilterra proprio, guarda caso, a Stratford upon Avon, la città natale di Shakespeare. Da qualche anno, poi, dopo il Concilio di Trento, si era reso obbligatorio registrare le nascite e le morti, ma molte persone avevano lo stesso nome e cognome, visto che in larga parte si trattava di assegnare lo stesso nome ai figli del parente più prossimo.
Cercare, però, traccie di una verità scomparsa sono incredibilmente difficili. Infatti Messina fu devastata da vari terremoti che hanno raso al suolo un qualsiasi possibile indizio. Ma, come detto, i Crollalanza ed i Florio avevano proprietà, e parenti, sia in Italia, che in Nord-Europa. I Florio, però, sarebbero stati ebrei e, con le leggi e le tolleranze dell'epoca, ecco che il padre di Michelagnolo, ebreo, ma sposato con una donna cattolica, riuscì per molto tempo, grazie alla propria professione, di rimanere a Messina. Qualche anno più tardi, però, la situazione divenne insostenibile e i Florio furono costretti a trasferirsi in Inghilterra nello stesso periodo in cui, stando a quanto si sa, Shakespeare sarebbe vissuto ed avrebbe scritto le suo opere.
Opere che, stranamente, sono quasi sempre ambientate in Italia. Opere in cui il suo piccolo borgo di nascita, Stratford on Avon, non viene mai citato, a dispetto di piccoli borghi italiani. Un fatto molto singolare se, stando alle fonti storiche, si pensa che William non avrebbe mai viaggiato in vita sua. Esiste, infatti, un periodo di cui non si sa niente su Shakespeare, e il "Giulio Cesare", va dal 1597 al 1602 in cui avrebbe fatto il posteggiatore dei cavalli fuori dai teatri di Londra; anni in cui si appassionò al teatro e dopo i quali avrebbe composto tre opere leggendarie: "Il mercante di Venezia", "Romeo e Giulietta"ed In questo periodo, casualmente, Michelagnolo Florio avrebbe vissuto a Padova, conoscendo, tra gli altri, Giordano Bruno, e quindi un pensatore molto più aperto di quelli che c'erano nella chiusa società inglese di quegli anni. Se, oltretutto, pensiamo alle ambientazioni di quei lavori ed al periodo passato proprio in Veneto, allora la somma risulta quasi banale. Michelagnolo, avrebbe quindi viaggiato prima in Grecia, poi in Spagna e, infine, a Londra, dove due Conti, quello di South Hampton e quello di Perbrowed. Qui, Michelagnolo, inizia a produrre opere teatrali e a dedicarsi al teatro, anche grazie al cugino John, come abbiamo visto.
Inizia, nello stesso periodo, a frequentare gruppi e società particolari, ove erano presenti molti letterati e a cui, così come si evince dai dati storici, avrebbe aderito lo stesso Shakespeare. Dai registri giunti fino a noi, però, il suo nome non compare; tuttavia, è presente quello di Michelagnolo Florio. Edmund, suo cugino, figlio di Michelangelo Crollalanza, lavora al Globe Theatre di Londra e lì, Michelagnolo, iniziò a lavorare, portando in scena i suoi lavori. Michelangelo commerciava in pellame, ma Edmud, a circa 10 o 11 anni, abbandonò gli studi e iniziò a lavorare col padre, trasferendosi raggiunta la maggiore età, allora, a Londra con tutta la famiglia iniziando, come detto, la carriera d'attore. Il parallelo di questa vera storia, lo si ha con la biografia ufficiale di Shakespeare, che, proprio da Stradford, a 11 anni avrebbe interrotto gli studi, aiutando poi il padre nel lavoro. Edmund, però, molto poco istruito, morì di peste e, probabilmente, vi fu uno scambio di persona tra lui e Michelagnolo. Shakespeare, infatti, dal periodo in cui Edmud morì, iniziò a recitare sempre meno, e scrivere di più. Ed ecco spiegato anche perché, proprio come Shakespeare, se Edmund fosse morto, la moglie ed i figli sarebbero rimasti, proprio come decanta la biografia del poeta, a Stradford. Prendendo l'identità del cugino, inoltre, sarebbe stato considerato non più ebreo, ma inglese a tutti gli effetti.
Il nome, però, ha una nuova storia. Infatti, dopo la morte di Edmund, Michelagnolo avrebbe preso il suo nome e la sua identità, per poi cambiarlo con quello della madre, ma inglesizzato. Divenne, quindi, Guglielma Crollalanza: letteralmente William e Scrolla Lancia, cioè Shake Speare. Ovvero William Shakespeare. 
Una persona, però, di nome William Shakespeare, è veramente esistita ed era parente, guarda caso, di Michelagnolo Florio; ma non avrebbe potuto possedere la vastità di conoscenze del cugino italiano, essendo nato e cresciuto in Inghilterra, senza viaggiare.
Qui si conclude questo nuovo viaggio, che è partito da una delle figure più importanti della Storia letteraria, fino a giungere ad una possibilità affascinante ed immortale. Affascinante ed immortale proprio come le sue opere.

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Salve a tutti!!! Purtroppo negli ultimi tempi non ho avuto né tempo né modo per scrivere articoli(l'Università assorbe tantissimo tempo). Vi prometto al più presto un nuovo articolo.
A presto!
Filippo, Amministratore del blog.

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Eppure non dovrebbe esistere. Oggetti e simboli impossibili.


Normalmente siamo sempre attratti da ciò i cui contorni sono poco definiti; insomma da qualsiasi cosa racchiuda in sé di ignoto e buio. Appaiono in continuazione sulla scena elementi che sono in grado di dare o togliere conferme agli studi finora eseguiti, e questo in più campi. Accade per fossili, ma anche utensili e microrganismi, o organismi di cui neppure si immaginava l'esistenza o che si ritenevano ormai estinti. Indizi in grado di portare indietro anche di milioni di anni l'orologio della Storia. Ma in certi casi si va anche oltre. Sono infatti stati ritrovati dei reperti la cui inspiegabilità è il discrimine fondamentale rispetto ad un qualsiasi altro oggetto appartenuto ad ere passate. Oggetti così vicini a noi da poter essere ritenuti come prese in giro, dato il loro incredibile essere. Si trovano in collezioni private, ma anche in musei pubblici, nascosti in mezzo ad altri reperti più tradizionali.
Spiccano piccole statue, i cui disegni sono di un'incredibile bellezza e che provocano anche stupore. Si tratta di ciò che noi potremo definire come non congruo con il plausibile periodo di datazione. Alcune statue possono rivelarci tracce di un passato diverso; molto diverso. Quella di ciò che ha tutta l'aria di essere un astronauta, emerge forse con più forza rispetto a molte altre. Ma non è un pezzo unico; ne esistono altre, dove sono rappresentati uomini con quegli che hanno tutta l'aria di essere caschi e tute spaziali. Come potremo spiegare, però, tutto ciò? Certi ricercatori, su tutti non scordiamoci il recentemente deceduto Zecharia Sitchin, affermano che gli dei dell'antichità altro non fossero che visitatori di altri pianeti, che giungevano sul nostro apparendo agli uomini della Terra, meno evoluti, come dei, vedendoli scendere dal cielo ed usare strumenti "magici". Non solo, però; questi alieni sarebbero stati i portatori di conoscenze a noi ancora ignote che avrebbero, così, accellerato rapidamente il nostro processo evolutivo. Di simili teorie, però, esiste notevole testimonianza all'interno di numerosi disegni propri di tempi antichi e di dipinti di pittori molto famosi: Piero della Francesca, Aert de Gedler ed altri, solo per citarne due. Sono numerose le apparizioni di strani oggetti volanti verso cui le persone guardano, la cui forma ricorda molto da vicino quella dei dischi volanti. Astronavi e visitatori simili, però, sono protagonisti anche di innumerevoli leggende e racconti narrati, propri di tempi antichi. Questi quadri hanno suscitato e continuano a suscitare dubbi e stimolano discussioni tuttora vive. "La Madonna con Bambino e San Giovannino" è chiara; sulla destra del quadro un oggetto del tutto simile ad un disco volanteemerge dal celeste del cielo. Da esso partono raggi luminosi e fin qui si potrebbe anche pensare ad un oggetto simbolico, ma a ben vedere, sotto di esso, un uomo con un cane è rivolto con lo sguardo ad esso, coprendosi persino gli occhi, mentre il cane non è fermo ed impassibile, ma proteso verso l'oggetto e a quello abbaia. Si sa bene che i cani non abbaiano ad oggetti irreali, ma ad un qualcosa di concreto. Perciò sorge il dubbio di cosa sia quell'oggetto; ma questo quadro, come detto, non è l'unico elemento da analizzare. Ne esistono innumerevoli e, ai fini di dare un quadro sommario, ma nel contempo esaustivo sul tema, occorre nominare e prestare attenzione all'affresco nel monastero di Visoki Decani, in Kosovo, dove "La crocifissione", al di là del tema pricipale dell'affresco vede due figure curiose: una in alto a sinistra e una in alto a destra. Sono due persone, sembra, che però si trovano alla guida di quelli che sembrano veicoli aerei. Uno, però, dei più controversi dipinti esistenti è quello di Ventura Salimbeni nel '500, posto nella chiesa di San Piero a Montalcino; "L'esaltazione dell'Eucarestia" presenta al centro, tra Dio Padre e Gesù Cristo, un oggetto sferico metallico dotato di antenne impugnate dai Due. E' incredibile la sua vicinanza per forma allo Sputnik sovietico. Proseguendo oltre, portando un ultimo esempio prima di cambiare argomento, ecco "Il Battesimo di Cristo", di Aert De Gedler. In alto, nel cielo, da quello che sembra un disco volante si diramano raggi luminosi che giungono fino a Cristo. Si tratta di un U.F.O.? Andiamo avanti.
Simili ai quadri per il contenuto esistono molte monete, appartenute a popoli lontani nello spazio e nel tempo, dove sono rappresentati veri e propri dischi volanti e, in questo caso, non può esserci spiegazione differente. Le figure lì rappresentate parlano chiaro, e l'appartenenza a differenti civiltà ci rendono la ricerca di una verità univoca e riferita a ciò che di esse si conosce sempre più complessa.
Statuette di diverso genere, ma simile significato, risalenti a circa 17000 anni fa sono state trovate in Africa, si chiamano Nomoli, ed hanno una caratteristica interessante. Posseggono una cavità, all'interno della quale è stata inserita una sfera di acciaio e cromo. L'acciaio cromato, però, è tutt'altro che antico, stando alle nostre conoscenze; la sua creazione è datata 1904, a Gratz, in Austria. Se di un falso si trattasse, però, non ci sarebbe molto di cui parlare. Potrebbe essere uno scherzo; ma studi radiografici realizzati sulla statua prima ancora di aprirla hanno rivelato che in essa era contenuta la sfera già da migliaia di anni, in quanto nessuno vi aveva mai messo mano prima di allora. La domanda che però in questo momento emerge è un'altra: visti i dati che abbiamo in mano, chi possedeva 17000 anni fa le conoscenze per realizzare l'acciaio cromato?
Un altro oggetto, ancora più sconvolgente, è stato rinvenuto in Texas. In mezzo ad uno strato roccioso molto ricco di fossili di più specie animali e vegetali ne è emerso uno che a prima vista ha da subito ricordato un dito umano; completamente pietrificato. Una cosa impressionante, se si pensa a quelli che sono i normali tempi che conducono ad un avanzato processo di sedimentazione; ancora di più controllando le analisi su di esso fatte. Quello che poteva sembrare un dito, in realtà poteva essere altro, ma analisi radiografiche e non solo hanno evidenziato la sua genuinità confermando anche il midollo osseo, sostituito nel corso del tempo da sali minerali. Ma allora la nostra specie può avere ancora più anni di quanti non si creda? Chi lo sa; intanto un elemento di forte squilibrio ha fatto il suo ingresso sulla scena scientifica.
Andando oltre, ma tornando all'Egitto, incontriamo un altro strano tema, di cui questo canale ha già parlato, vale a dire le cosiddette "Lampade di Dendera". Ci troviamo a Tebe; qui, nel Tempio di Dendera, sono stati rinvenuti dei bassorilievi che hanno fatto emergere un qualcosa di molto molto strano. Infatti, ciò che poteva apparire come la rappresentazione di strumenti utili a riti religiosi per venerare le divinità, in realtà ha incuriosito i ricercatori. Appena dieci anni dopo da questa scoperta, fu creato un oggetto, il tubo di Krux, col quale erano prodotti raggi-X. E a ben guardare il geroglifico, la stessa rappresentazione del bassorilievo ci porta, guardando con occhio diverso, ad interpretare la rappresentazione in maniera più vicina alla descrizione di una lampada per la produzione dei raggi X che altro. Ciò che sembrerebbe, secondo l'egittologia ufficiale, la colonna dorsale di Osiride, in realtà ha la forma e la posizione di un componente utilizzato per realizzare avvolgimenti di fili elettrici, fondamentale per il tubo di Krux. Alla base della "lampada" stà poi un cavo, o comunque qualcosa di molto somigliante; di fronte alla stessa, invece, un dio, con due palette messe come in posizione di "pericolo". Guarda caso proprio nella posizione da cui fuoriescerebbero i raggi; all'interno delle lampada, poi, un serpente sinuoso, lo stesso prodotto dal passaggio di elettricità nel tubo. Forse, solo coincidenze. O forse no? I geroglifici lì presenti, infatti, recitano: "La luce proviene da un oggetto grande quanto cinque mani umane".
Altri oggetti molto importanti sono di tutt'altra fattura e genere: si tratta di monili rinvenuti in una tomba egizia. La loro forma, però, più che avvicinarsi a libellule o uccelli, e non poco, aerei e, più in generale, mezzi aerei.
Impronte umane, poi. Cementificate e rinvenute in posto impensabili; retrodatabili di milioni di anni anche. Certo, in questo caso sicuramente si potrebbe pensare a falsi, ma si vacilla di fronte ad un'impronta davvero incredibile. E' di una calzatura e chi la vestiva ha schiacciato nel camminare un piccolo animaletto: un trilobite. Questa è stata rinvenuta nello Utah, negli U.S.A., e sono presenti orme di più passi fatti dall'individuo; ma quella a cui noi ci riferiamo è un'impronta sinistra. Sicuramente però dalla maggior parte delle persone a cui si chiedesse cosa è questo animale, si otterrebbe un "non so". Questo, non tanto in quanto specie rara, ma in quanto specie estinta da 350 milioni di anni.
Ma gli oggetti che forse sono più sconvolgenti di tutti non rappresentano alcun uomo, astronauta, o niente di simile; sono un vasetto ed un martello. Qual'è la loro particolarità? Hanno milioni di anni. Esaminiamo il primo. Come può però essere possibile che un vasetto esistesse moltissimo tempo prima che noi uomini, seguendo almeno la linea cronologica che antropologi e scienziati hanno dettato? Questa è una domanda alla quale, al momento non si riesce a rispondere, soprattutto in virtù del fatto di sapere come questo oggetto è stato rinvenuto. Un operaio dell'Oclhaoma nel 1912 trovò un pezzo di carbone di grandi dimensioni; troppo grandi per poterne consentire un qualsiasi utilizzo. Si munì allora di uno strumento per romperlo e, assestato un colpo secco lo spaccò, ma la frattura rivelò qualcosa di assolutamente inatteso. Il carbone si forma in milioni di anni, come si sà, e veniva estratto da miniere; un destino simile subì quello stesso pezzo, che però al suo interno racchiudeva il vasetto succitato, in metallo, che dovrebbe risalire a circa 340 milioni di anni fà, quando la terra non era popolata da uomini.
Il martello, invece, ha un destino simile, salvo il fatto di essere stato rinvenuto fuso dentro una fromazione rocciosa vecchia di 140 milioni di anni. Fu rinvenuto in Texas, in una formazione calcare, nel 1934.
Ufficialmente gli scienziati sono scettici in maniera manifesta. Questo in quanto, essendo per loro, come sappiamo bene, ben più recente la nostra specie di quanto non ci dicano questi oggetti ed avendo avuto un certo percorso evolutivo, allora tutto ciò che non rientra in questa linea precisa, semplicemente non può essere. Ma se, invece di dire subito no, questo non può essere così, si cercasse di capire come mai questi oggetti esistono e cercassimo di ascoltarli, forse riusciremo a capire meglio. Potremo scavare ancora più a fondo nelle nostre identità, nel nostro passato ed in quello della stessa Terra. Forse non tutto è come crediamo e dovremo anche cercare di evitare interpretazioni probabilmente erronee. Andare oltre ci può permettere di capire e sapere meglio e di più di quanto non si sappia concretamente; probabilmente c'è qualcosa da scoprire, qualcosa di inquietante e sconvolgente, e potremo accorgerci di essere in ritardo, certe scoperte, infatti, ci farebbero riposizionare indietro l'orologio della nostra storia di moltissimi anni e riusciremo a togliere velami che ci occludono la vista della realtà più vera. Quella che, ancora, dobbiamo finire di conoscere.

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Tu chiedi chi era quel Beatle. Il mistero di 'Paul is dead'.


Nel corso della storia nascono molte volte soggetti e gruppi capaci di sconvolgere con la loro forza intere generazioni. E' avvenuto per i grandi condottieri, per i grandi Re, ma anche per scienziati, artisti di vario genere, scrittori ed altri. E così è stato anche per il mondo della musica che ha annoverato dei veri e propri rivoluzionari che tuttora rimangono grandi leggende: Mozart, Beethoven, Puccini ed altri in passato; Armstrong, Ray Charles, Elvis Presley, Jimmy Hendrix ed altri ancora più di recente. Il gruppo che però, forse, più di tutti ha sconvolto gli equilibri e che rimane un vero e proprio riferimento è stato quello dei Beatles. Il gruppo che ha annoverato più e più musicisti, tra cui l'italiano Mino Reitano, fino a giungere al definitivo compimento con la scelta di quella che è passata come la formazione ufficiale dei "Faboulus four": John Lennon, Paul McCartney, Ringo Star e Jorge Harrison. Milioni di fan in tutto il mondo; un successo esaltante che vide la sua esplosione attorno al 1965-66. Equilibrio però minato da ciò che si sarebbe poi appreso da una notizia che avrebbe sconvolto in parte il mondo perfetto dei Beatles.
E' il 12 ottobre del 1969, quando una radio di Detroit riceve una notizia da una telefonata fatta da un tizio che si fa chiamare Alfred; notizia che sembra nata proprio per fare un po' di audience: Paul McCartney è morto, tre anni prima. Dichiarò a Russel Gib, il Dj della radio contattata, di essere in possesso delle prove di quanto dichiarava e che la maggior parte di esse erano nello stesso materiale prodotto dai Beatles. La notizia, dopo un po' di tempo trascorso tra scetticismo e poca voglia di credere ad una storia che appariva come una pura "bufala", nata apposta per gettare fango su quello che in quel momento era il gruppo musicale più famoso al mondo, accolse poi delle conferme. Tali elementi furono portati alla luce dagli stessi fan dei Beatles, che iniziarono a scrutare con maggior attenzione le copertine dei loro dischi ed a porre sempre più orecchio alle parole dei loro testi. In particolare si fece molto caso ad una copertina: "Abbey Road". E' uno dei dischi più famosi dei Beatles, prodotto dalla Apple, e la foto scattata in copertina ha reso quell'attraversamento pedonale di Londra, frontale all'omonimo studio di registrazione, la loro casa di produzione, come uno dei luoghi simbolo per il turismo e la strada stessa ha dato il nome all'album. Ma cosa ha di strano? Nel 1966 i Beatles raggiungono di fatto la vetta musicale; dopo aver communque pubblicato molti LP in quegli anni, nel 1969, con l'uscita del loro album "Abbey Road", passano alla Storia. I fan si scatenano e seguono i loro idoli subito, anche quando questi si dirigono a fare una delle foto più famose di tutti i tempi. Fin qui nulla di strano, ma analizziamo bene gli elementi presenti in essa. Sulla sinistra della fotografia si trova parcheggiato un "Maggiolone" con una targa: "LMW28 If", cioè 28 se. Se cosa? Proprio Paul McCartney, nato nel 1942, nel 1970 avrebbe avuto ventotto anni, poco tempo dopo dall'uscita dell'album, mentre la parte iniziale indicherebbe "Linda McCartney widowed", cioè Linda McCartney è diventata vedova. Inoltre sulla destra si trova un'auto della Polizia, usata quando avvenivano gli incidenti stradali. I "Fab four" oltretutto, camminano come in una processione funebre, con John Lennon capo fila vestito di bianco puro, come un angelo. Paul McCartney, invece, segue in terza posizione con una sigaretta nella mano destra, mentre lui era mancino, e cammina scalzo; lo "scalzo" nelle culture orientali rappresenta il "morto".
Un altro album, "Sgt. Pepper's" racchiude un numero elevatissimo di indizi o presunti tali. Questo fu il primo ad essere pubblicato dopo la presunta morte di McCartney; fu infatti pubblicato nel 1967 a quasi un anno dall'uscita di "Revolver". Se si pone uno specchio nel diametro del tamburo posto al centro della foto e si specchia la parte centrale, ecco che ne viene fuori una scritta: "Il 9/10 lui è morto" e tra "he" e "die" si trova una freccia, la quale indica proprio verso il soprastante Paul. I componenti del gruppo inoltre poggiano i piedi su quella che sembra essere una tomba i cui fiori, propri di cerimonie funebri, compongono un Basso, il suo strumento, e di fianco al gruppo, vestito con indumenti appariscenti, si trova un'altra immagine dei quattro che, vestiti a lutto, guardano in basso verso la cassa da morto ed il basso. Di fianco a loro, poi, con Paul che è l'unico ad impugnare uno strumento nero e ad avere una mano sulla testa in segno di benedizione; sulla destra si trova una bambola insanguinata che ha in grembo un'auto rossa, lo stesso modello da lui posseduto e con cui avrebbe avuto l'incidente mortale. Sul restro invece si trova un'alltra immagine del gruppo, ma mentre tutti sono posti frontalmente, l'unico a voltare le spalle è proprio Paul. Oltretutto è proprio lui che indossa una divisa con una toppa con ricamata la sigla OPD, cioè "Officially Pronounced dead"; "morto ufficialmente. Andando alle canzoni, invece, possiamo vedere come una delle più famose dei Beatles possa non essere così casuale: "A day in the life". Il testo racconta nei primi versi dell'incidente di un ragazzo che, passando la mattina presto in macchina da un incrocio, non si accorse del fatto che le luci del semaforo fossero passate da verdi a rosse, andandosi così a scontrare contro un tir e venendo decapitato. Ufficialmente il riferimento sarebbe stato fatto nei confronti del figlio di un componente della House of Lords; ma questo tema sarebbe la spiegazione ed il racconto originale della presunta morte di Paul McCartney, presumibilmente avvenuta, stando a quanto affermano alcuni studiosi della vicenda, con queste dinamiche alle cinque di mattina del 9 Novembre 1966.
Altri album sono "Yellow submarine" e "Revolver". Nel primo, come in "Sgt. Pepper's", in alcuni disegni che ritraggono McCartney, esso appare con delle mani che è molte volte Lennon a porgli sulla testa: nella cultura indiana è segno di benedizione per una persona che deve essere sepolta. Nel secondo, invece, sono ritratti i "Fab four" tutti frontali, mentre l'unico di profilo, che sembra dare le spalle agli altri, come in segno di assenza, è proprio Paul McCartney, sulla sinistra della copertina.
In "Magical mistery tour", invece, Paul appare seduto ad una scrivania vestito da militare; davanti a lui è posta una scritta: "I was", ovvero "io ero" e dietro di lui si trovano due bandiere inglesi, incrociate e poste a lutto. La copertina di "Let it be" invece è divisa in quattro quadrati; in ognuno di essi si trova la foto in primo piano di un componente del gruppo, ma mentre Lennon, Star e Harrison emergono da uno sfondo bianco, McCartney emerge da uno sfondo rosso sangue.
"I'm so tired" è un altro chiaro esempio. In questa canzone di Lennon ad un certo punto lo si sente biascicare parole senza senso, che tali resterebbero se non le si ascoltassero al contrario, recitando: "Paul is dead man...miss him miss him", cioè "Paul è morto, mi manca mi manca". Che sia solo una coincidenza? Forse, di certo anche nella stessa già citata "A day in the life", alla fine della canzone si possono sentire parole che non hanno alcun senso. Se la si ascolta al contrario non tutte le voci che si sovrappongono scompaiono, ma quella di John Lennon è chiara e dice: "Paul is dead..".Di canzoni però cariche di indizi simili ve ne sono molte. Una di esse è "Revolution 9", il cui principio è caratterizzato dal nominare tre volte, apparentemente, il numero nove; ma se la si ascolta al contrario si scopre un messaggio: "Turn me on, dead man". Nella celeberrima "All you need is love", invece, si può sentire, prestando un po' di attenzione alle parole di Lennon, quasi sussurrate, la frase "Yes, he's dead". "I'm the Walrus" e "Glass Onion", invece, si collegano. Nella prima Lennon dice: "Yes, I'm the walrus", mentre nelle note si legge: "No, non lo sei, afferma la piccola Nicola"; Walrus significa tricheco e questa parola, in Grecia, significa salma o cadavere. La seconda canzone, invece, "Glass onion", Lennon la usa per dire: "Bene gente, vi darò una nuova traccia da seguire. Il tricheco era Paul". E del resto lo stesso McCartney appare sulla copertina di "Magical mistery tour" vestito proprio da tricheco. Inoltre "I'm the walrus" ha alla fine proprio una frase presa da una tragedia di Shakespeare, "Re Lear", che recita: "Oh, morte inopportuna!...Cosa? Egli è morto?".
Anche alcune esecuzioni pubbliche, comunque, sono avvolte dal mistero e potrebbero apparire come indizi reali; su tutte quella di "Your mother should know", durante la quale Lennon, Star ed Harrison vestono uno smoking bianco con un garofano rosso nell'occhiello, mentre McCartney ne porta uno nero. Mentre "Hello", sembrerebbe strettamente legata a tutti i fatti citati: 'mentre tu dici addio io dico ciao'(traduzione del ritornello).
Ma non sono solo gli elementi presenti nei loro dischi, o le frasi delle loro canzoni ad essere così importanti ai fini di questa indagine forense messa a punto da alcuni ricercatori e pubblicata anche sulla rivista "W.I.R.E.D.". Studiando fotografie precedenti al 1966 e posteriori a tale data si sono accorti che alcuni tratti del volto di McCartney non coincidevano, soprattutto ci si è focalizzati su quei punti del volto che non sono suscettibili di variazioni nel tempo né in modo naturale, né in maniera artificiale; vale a dire con la chirurgia plastica. Ad esempio vi è: l'ampiezza del palato, la curva mandibolare, la dentatura, il punto sottonasale, la forma del cranio e le orecchie. Proprio il padiglione auricolare rimane invariato nel corso della vita; ma ciò non sembra essere così per Paul, a cui varia, tra prima e dopo il 1966 anche la forma della mandibola, che non coincide se si tenta di sovrapporre due foto appartenenti una a prima e un'altra a dopo il 1966. La mandibola dopo appare più snella, a differenza di prima, quando era più larga e squadrata. Il palato era poi molto stretto e portò i denti a disporsi non in modo ordinato; ma dopo il '66 i denti diventano ordinati e regolari; un qualcosa di assolutamente complesso e doloroso da realizzare con un'operazione chirurgica, oltre che particolarmente rischioso. Anche la scrittura, per quanto possa sembrare poco rilevante, offre spunti ed un qualcosa di importante nel campo investigativo. Confrontando infatti autografi e testi scritti dallo stesso McCartney nei due distinti periodi emergono sostanziali differenze. La "n" nel nome, mentre prima aveva un andamento discendente, adesso ha un andamento a triangolo. Le due "c" erano poi o distaccate o unite all'angolo, per poi diventare dopo il 1966 unite e addirittura sovrapposte.
Se poi non ci fossero indizi sufficienti, allora si potrebbe scavare ancora più a fondo, nell'intimità di Paul il quale, come tutti aveva relazioni. In Germania, durante un tour nel 1961-62 conobbe una certa Erika Hubers, con cui ebbe una relazione. La ragazza nel 1962 rimase incinta, ma McCartney non volle mai riconoscere la figlia che dal loro rapporto nacque, pur versandole per nel 1966 una grande somma di denaro per il mantenimento, anche a causa di un procedimento in atto nei suoi confronti all'Ufficio Minorile. Versò a Bettina, questo il nome della sua presunta figlia, 30000 Marchi; azione peraltro attestata da un fascicolo tuttora esistente. Tra il 1981 ed il 1984 la stessa Bettina tentò di far riconoscere ad un tribunale tesesco che suo padre fosse Paul McCartney. Il test del DNA che fu fatto per dimostrarlo dette esito negativo.
Lo stesso Paul McCartney, però, anziché smentire o far finta di nulla su questa vicenda ha deciso di giocarci, realizzando un album, "Paul is Live" in cui gioca proprio su questa cosa. La copertina è infatti la stessa inquadratura di Abbey Road, ma con qualche differenza; manca il furgone della Polizia e il maggiolone ha una targa diversa: "58 I'm", "ho 58 anni". Inoltre nella recente canzone "Gratitude" McCartney pronuncia alcune strane parole che, se udite al contrario, suonano così: "Who is this now? I was Willie Campbell".
Questo sarebbe proprio il nome del sosia chiamato a sostituire il deceduto Paul. Si sarebbe trattato di un Poliziotto (di cui da molti anni circola una fotografia) che, molto simile a McCartney, a seguito di alcuni ritocchi estetici e vocali e ad un'educazione musicale severa avrebbe rimpiazzato Paul, mantenendo agli apici della musica un gruppo di artisti leggendari. Su queste basi, utilizzando la parola 'Fake'(falso) ed il nome Paul, molte persone hanno iniziato a distinguere tra Paul(per loro l'originale) e Faul(il presunto falso Beatle).
Che sia morto o meno, però, continua a rimanere un mistero, anche perché di fronte a capolavori come "Let it be", "Penny Lane", "Hey Jude", "Yesterday" ed altre non si può far altro che titubare e confermare che il genio di Paul McCartney non sia mai stato sostituito. Se però così fosse possiamo affermare che artisticamente i Beatles ci hanno tutt'altro che perso. Opinione di molti è che la notizia sulla morte di Paul McCartney sia stata diffusa dagli stessi Beatles, per aumentare e mantenere sempre alto il focus su di loro e che, probabilmente, McCartney sia ancora vivo, ma si serva di un sosia nei momenti di necessità. Questo spiegherebbe molte incongruenze emerse nel corso delle indagini e darebbe ancora più forza ad un vero e proprio genio della musica e degli affari; uno dei rivoluzionari del secolo scorso che continua a far parlare di sé non solo in campo artistico.

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