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UOMINI SELVAGGI. LO YETI, MITO O REALTÀ?

Posted by Pubblicato da Filippo Martelli On 19:34

Il periodo che intercorre tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento ha visto esploratori avventurarsi, in lungo e in largo, in luoghi inaccessibili, nel folto delle foreste e sulle cime dei monti più irti. Qui, a contatto con le popolazioni del luogo, molti di loro hanno avuto modo di conoscere sia racconti sia storie antiche, le quali parlano di esseri noti agli abitanti del luogo e di cui loro stessi narrano con molto timore. In questi racconti si parla spesso di esseri alti, pelosi e simili all’uomo che vivrebbero in zone estreme da tempo immemore. Questi cripti, di tipo antropomorfico, noti generalmente come Uomini selvaggi, sono distribuiti in varie parti di tutto il mondo, ma dalle descrizioni che ci sono giunte si nota che sussisterebbe una certa somiglianza tra loro, per cui si potrebbe ipotizzare che, probabilmente, siano in qualche modo imparentati tra loro. Dunque, vediamo chi sono e perché potrebbe essere così.


YETI

Il moderno mito dell’ Abominevole Uomo delle nevi si deve al tenente colonnello C. K. Howard Bury che dette al mondo Occidentale la notizia secondo la quale, mentre nel 22 settembre del 1921 stava tentando di completare la sua scalata dell’ Everest, percorrendo il sentiero che da Kharta porta a Lhapka-La, vide col binocolo su un piano innevato sovrastante alcune figure scure dalle sembianze vagamente umane, che si spostavano rapidamente sulla neve. Giunto sul posto per verificare a cosa corrispondessero e di che genere di creature si trattasse, salendo fino a 7.000 metri di quota, notò nella neve tracce di passi e impronte di piedi nudi dalla forma umana sì, ma ben più grandi delle normali.
Il termine “Abominevole Uomo delle nevi” deriva dalla traduzione errata della lingua nepalese MetohKangmi che significa “ Uomo-orso delle nevi” . Yeti, invece, deriva da Yeh-teh, che significa “ quella cosa là”, espressione usata dagli stessi Sherpa. Altro temine utilizzato per definirlo è rakshasa, parola che in sanscrito significa "demoni”, a testimonianza di quanto poco si sappia su questo essere e quale sia la sua fama.
In Occidente, gli Yeti, o abominevoli uomini delle nevi, dovevano essere conosciuti, dato che il grande naturalista Carlo Linneo, ideatore della classificazione binomiale (il sistema che serve a dare un nome agli esseri viventi), lo identifica come “ Homo ferus” e lo descrive come un quadrumane (non bipede) muto e peloso.
Le descrizioni generiche ci fanno quindi pensare a una scimmia ricoperta di pelo rossiccio o marrone su tutto il corpo, ad esclusione di faccia, dorso, piedi e delle mani; lo Yeti avrebbe una lunga capigliatura, presenterebbe un torace possente, con lunghe braccia pendule che arriverebbero oltre le ginocchia, e una testa incassata nelle spalle larghe. Gli Yeti sarebbero onnivori, mangerebbero muschio salato e licheni e la loro dentatura non sarebbe dissimile da quella umana. Inoltre, camminerebbero in posizione eretta con andatura bipede, anche se goffa, e non avrebbero la coda.

LE TIPOLOGIE

Secondo i nepalesi esisterebbero ben tre tipi di Yeti:

1) Teh-lma
Un essere alto solo un metro, con una pelliccia fulva che ne ricoprirebbe il corpo e i piedi piccoli di tipo umanoide con esattamente cinque dita; vivrebbe nelle valli più calde dell’Himalaya nepalese e tibetano e sembrerebbe possedere una forma primigenia di tipo pigmeo.

2) Meh-teh
Questo sarebbe il vero e proprio Yeti, quello che noi conosciamo e su cui si baserebbero la maggioranza delle testimonianze in cui siamo incorsi finora; avrebbe la statura di un uomo alto, la testa allungata (vagamente conica), il colore della pelliccia tra il marrone e il rossiccio (anche se, per altri testimoni, sarebbe bianca o perfino argentea) e se ne starebbe per lo più confinato nelle foreste che si trovano sui monti. Sarebbe proprio lui a lasciare le famose impronte dell’uomo delle nevi, caratterizzate da un secondo dito del piede particolarmente sviluppato.

3) Dzu-teh
Dzu-teh significa “ Cosa grossa”. È l’ultimo tipo ed è noto anche come “Rimi”.
Il Rimi sarebbe alto fino a tre metri, coperto da una lunga pelliccia scura, con piedi grandi, simili a quelli umani e non vivrebbe sull’ Himalaya, ma nelle zone più impervie e accidentate del Tibet orientale, specie Bangladesh, Myanmar, Manciuria e Vietnam del Nord.

TEORIE

Le teorie riguardo gli Yeti sono molteplici, tanto più che per molti questi esseri non esisterebbero, se non nella fantasia popolare come pura leggenda, o in quanto demoni addirittura, come abbiamo visto.
Secondo una teoria gli Yeti potrebbero essere gli ultimi discendenti del “Gigantopithecus”; una specie di scimmia di grandi dimensioni, alta dai tre ai quattro metri vissuta nel Pleistocene (tra 2,58 milioni e 11,700 anni fa), e i cui resti vennero trovati dal paleontologo olandese Ralph von Koenigwald nel 1934; mentre era ad Hong Kong, Von Koenigwald avrebbe visto in una farmacia cinese da cui passò alcuni molari, simili a quelli umani, ma ben sei volte più grandi dei nostri, e che erano chiamati “denti di drago” e vennero ritrovati dai contadini nei loro campi, per poi essere usati nella medicina tradizionale cinese. Questi denti, nonché altre parti dello scheletro di creature simil-scimmiesche, furono trovati in una vasta area asiatica che si estende dal Vietnam del Sud alla Cina settentrionale fino al Tibet. Si suppone che l'intera regione fosse abitata da un gigantesco primate antropomorfo il quale, intorno a 500.000 anni fa, si sarebbe ritirato sull'Himalaya a causa dei cambiamenti climatici che avrebbero colpito il suo habitat naturale. Non ci sono prove che questa “migrazione” sia avvenuta realmente, anche perché il Gigantopithecus preferiva abitare foreste rigogliose e non habitat glaciali. Tuttavia, ne annoveriamo l’eventualità.
Un’ altra teoria, stavolta proposta dal sovietico Porsnev, avanza l’ ipotesi che si tratti di Uomini di Neanderthal” sopravvissuti fino ai giorni nostri.

Lo stesso alpinista Messner sostiene la tesi che lo Yeti non sarebbe altro che una varietà d’orso (Ursus arctos pruinosus, o “Orso azzurro tibetano”, per la precisione) che possiede l’abitudine di camminare in posizione eretta e che, da lontano, può apparire con sembianze umane. In un manoscritto di 300 anni fa, infatti, Messner ha rinvenuto il disegno di un Chemo, che sarebbe il nome che venne dato dai tibetani allo Yeti, con la didascalia “Varietà di orso che vive nelle aree montuose inospitali”.
A tutt’oggi , ciononostante, non è stata ancora ritrovato un osso o resto  attribuibile con certezza scientifica allo Yeti; è falso il copricapo trovato nel 1954 da Edmund Hyllary nel monastero buddista di Khumjung e che, una volta analizzato dallo zoologo Bernand Heuvenalis, si dimostrò essere un oggetto modellato a vapore, che derivava da peli e pelle di un raro animale tibetano noto come “Serrow del Sud” (Capricornus sumatrensis thar), cioè una capretta. Nel Novembre del 1953, Russi Ghandi riuscì a farsi mostrare uno scalpo custodito nel monastero di Panghochi che si dicesse appartenere allo Yeti. Lo zoologo Charles Stonov riuscì a noleggiare la reliquia a caro prezzo, la analizzò e verificò che era stata fabbricata utilizzando semplicemente la spalla di un montone.
L’unica cosa ancora non spiegabile scientificamente, in pratica, è la presenza di impronte di tipo umanoide che nessun orso può lasciare.
Il ritrovamento delle prime impronte di cui si abbia certezza risale al 1899, quando il maggiore L. A. Waddel, avvisato dai suoi Sherpa, osservò enormi impronte impresse nella neve, a oltre 5000 metri di quota nel Sikkim, e che furono fotografate per la prima volta l’8 novembre del  1951 dagli scalatori inglesi Eric Shipton e Michel Ward, che a 6000 metri di quota le notarono a sud-ovest del passo di Melung-tse. Le impronte presentavano cinque dita lunghe più di 30 cm ed erano larghe 20; quando scattarono le fotografie posero una piccozza accanto a loro per mostrare la dimensione ed evidenziare l’assoluta eccezionalità delle stesse. Shipton affermò che le impronte erano troppo grandi per poter appartenere a un orso ed erano altresì troppo recenti per essere state aumentate dal disgelo. Se ne ha testimonianza, insomma, ma anche stavolta questi dati non portano a nulla di effettivo.
Nel corso del tempo sono state trovate altre impronte di Yeti che si sono sommate ai numerosi avvistamenti susseguitisi nei secoli e che sono stati realizzati sia dalla popolazione locale che dai turisti delle zone montuose o boschive. Purtroppo, al momento non c’è nulla di conclusivo; le spedizioni effettuate fino ad ora devono tener conto delle zone dove si crede che lo Yeti vivrebbe, e che sono decisamente impervie, con condizioni ambientali a dir poco proibitive quali forte vento, neve e gelo, le quali certo non aiutano le ricerche. Gli uomini delle nevi continuano, insomma, ad essere elusivi e ad apparire solo fuggevolmente e per brevi lassi. Per cui, fino a quando non si riuscirà a mettere la parola fine ai nostri interrogativi e a trovare evidenze incontrovertibili, e cioè se esista davvero l’Uomo delle nevi oppure si tratti solo di vacuità senza fondamento, siamo certi che lo Yeti continuerà a solleticare la fantasia nostra e di tutti coloro che si avvicinano al tema con curiosità e spirito di ricerca.

Farinaro Giuliana



FARINARO GIULIANA è nata a Marcianise(CE), il 29/10/1957, è Laureata in Scienze Naturali all' Università "Federico II" di Napoli con tesi sperimentale in Ecologia animale (studiando l'assetto ecologico di un fiume), tesina sperimentale sulla Chimica delle argille, ed è docente a tempo indeterminato su A060 di Scienze Naturali ,Chimica, Geografia e Microbiologia. Specializzata in Giornalismo e comunicazioni di massa, fa parte della Protezione Civile del suo paese ed ha la passione per la fotografia naturalistica. Il suo rapporto col mistero è di vecchia data e, nonostante una solida base scientifica, a priori non rimegetta alcuna ipotesi, cercando con decisione quale sia la verità attorno a quel fenomeno che, spesso, non ha ancora una giustificazione scientifica universalmente accolta. Giuliana Farinaro è testimone di avvistamenti UFO, ha vissuto un "missing-time" nelle piramidi della valle di Giza ed ha spesso fotografato oggetti che non erano presenti al momento dello scatto.
Giuliana Farinaro scrive anche poesie e piccoli racconti, per cui ha avuto vari riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale, ed è fondatrice e gestrice del blog www.ilmondovistodayulia.wordpress.it in cui tratta principalmente della propria passione per la fotografia naturalistica, di cui racconta i suoi viaggi nei luoghi e nei colori che più la affascinano del mondo.

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