297 anni indietro nel futuro
Civiltà mitiche,
Nuove Teorie,
Scienziati e Ricercatori avvolti nel mistero,
Studi e teorie scientifiche
Il tempo è un'illusione, diceva Einstein. Non esiste che lo Spazio in una dimensione di moto che, causa la relatività dello svolgersi delle azioni dal nostro punto di vista, o da quello di un esterno, ci illude che esista un prima, un adesso e un dopo. E tutto questo prende il nome di "Spazio-tempo". L'argomento su cui stanno studiando i ricercatori ed i fisici delle più alte università di tutto il mondo è ben lungi dall'essere risolto, ma ne esiste uno più "semplice" che, per quanto sia dissociato dalla fisica (almeno in parte) è connesso proprio alla tematica del tempo e ai misteri che gli si associano.
La cosa viene definita: "Teoria del tempo fantasma".
Non si tratta di niente di paranormale o difficilmente comprensibile, ma di uno studio che, numerosi ricercatori e professori universitari, stanno approfondendo per chiarire una discrepanza temporale, un canyon, di ben 297 anni.
Il motivo è presto detto e, insieme, difficilmente credibile a primo impatto: gli anni trascorsi tra il 614 e il 911 compresi, cioè in piena epoca medievale, non sarebbero mai esistiti.
La cosiddetta ipotesi del Tempo Fantasma è stata formulata da tre studiosi in tempi diversi: Hans-Ulrich Niemitz (ex direttore del Centro di Storia e Tecnologia di Berlino, 1946-2010), Heribert Illig (storico tedesco) e Anatolij Timofeevic Fomenko (matematico, fisico e professore dell'Università statale di Mosca.
Tutto cominciò da Ulrich
Il primo ricercatore che formulò l'ipotesi del Tempo Fantasma fu Hans-Ulrich Niemitz che nel suo articolo "The Phantom Time Hypothesis" espose tre tesi fondamentali: 1) Centinaia di anni fa, il nostro calendario fu manipolando aggiungendovi 297 anni che non si sono mai verificati; 2) Ora ci troviamo in un anno che è 297 anni più avanti di quello che dovrebbe essere; 3) Chi ha elaborato queste ipotesi non è un eccentrico.
Vista così, l'ipotesi potrebbe apparire qualcosa di deliberatamente creato ad arte per far parlare di sé. Ma andiamo con ordine.
I ricercatori si sono occupati dello studio di numerosi documenti risalenti al periodo suddetto che non sarebbero altro che dei falsi. In poche parole, nel Medievo sarebbe stati creati numerosi documenti che riportavano eventi e racconti che venivano datati centinaia di anni prima e che, così, sarebbero entrati in contrasto con la storiografia ufficiale fino non solo a farne parte, ma anche e, soprattutto, a condizionare il conteggio cronologico successivo.
Questo fu il tema di un convegno internazionale che si svolse nel 1986 a Monaco e che espose, nel suo intervento, il presidente della Monumenta Germanie Historica: Horst Fuhrmann.
Heribert Illig si interessò subito al tema e si chiese per quale motivo sarebbero stati creati così tanti falsi e per quale motivo. Illig approfondì allora il tema delle fonti documentali ed analizzò migliaia di testi, tra i quali i cosiddetti "falsi", fino a quando, assieme ai suoi collaboratori, non giunse allo studio della nascita e dell'introduzione del Calendario Gregoriano nel 1582 (per opera di papa Gregorio XIII) e che ancora oggi utilizziamo.
La svolta?
Il calendario gregoriano fu creato ed introdotto per soppiantare il calendario giuliano, che risaliva al 45 a.C., per correggere una differenza di dieci giorni che andavano ad accumularsi a causa di un errore di calcolo astronomico che faceva durare 10,8 minuti in più un anno calcolato con il calendario Giuliano.
Tuttavia, per Illig i dieci giorni in più si sarebbero accumulati solo a partire dal 1257 e nel XVI secolo si sarebbe deciso di riconsiderare tutto basandosi sul nuovo e corretto calcolo (calendario gregoriano) andando alla ricerca di tutti i fatti risaliti prima di quell'anno, tra i quali sarebbero finiti anche i "famosi" 297 anni in più.
Una delle considerazioni più forti di Illig, in relazione al suo studio, sarebbe che la dinastia carolingia non sarebbe mai esistita, ma che si tratterebbe solo di un mito medievale. E così, ovviamente, Carlo Magno.
Una follia?
Heriber Illig conitnuò a studiare i documenti in suo possesso e quindi spostò la propria attenzione sui reperti fisici che sarebbero risalenti a quel periodo. E, effettivamente, i ricercatori confermarono che di oggetti, ma anche costruzioni, databili tra il 614 e il 911 d..C., ce ne sono ben pochi.
Gli altri studiosi hanno però ribattuto alle ipotesi di Illig con gli studi astronimici e la concordanza di questi con il passaggio di corpi celesti come la Cometa di Halley.
Inoltre, per quanto riguarda l'introduzione del calendario Gregoriano c'è da dire che l'intento vero e consatato era quello di portare il calendario giuliano in linea a quello che risaliva al 325 d.C. (anno del Consiglio di Nicea in cui si stabilì la data della domenica di Pasqua fissando l'equinozio di primavera al 20 marzo del calendario giuliano), e non al 45 a.C.
I tre secoli reclamati da Illig, allora, non sarebbero altro che quelli trascorsi tra il 45 a.C. e il Concilio di Nicea.
Tutto riaperto
Per quanto, tuttavia, la storiografia ufficiale difenda il calcolo nominale che dice che adesso ci troviamo nel III secolo d.C., altri ricercatori hanno riaperto il dibattito intorno al Tempo Fantasma.
Il matematico Anatolij Timofeevic ha elaborato una teoria del tutto simile a quella di Illig e Niemitz, ma indipendente.
La Nuova Cronologia
Timofeevic è l'autore della cosidetta Nuova Cronologia, una teoria per la quale i fatti avvenuti nella storia si sarebbero verificati in tempi cronologicamente diversi da quelli a noi conosciuti. La teoria di Timofeevic afferma che la cronologia tradizionale consista in quattro copie della "vera" cronologia (i fatti effettivamente accaduti) che si sovrappongono, spostate indietro nel tempo di intervalli significativi (da 300 a 2000 anni) con alcune revisioni.
Per cui tutti i personaggi di cui si sente parlare, o si legge, risalenti a prima dell'XI secolo, sarebbero irreali, fittizzi, o "immagini riflesse fantasma" di eventi o personaggi medievali, trasporatit da errori intenzionali o da errate datazioni accidentali di documenti storici.
La Nuova Cronologia è così più corta, molto più corta, di quella convenzionale. L'Antico Egitto, la Gregia antica e la storia romana sarebbero comprese tutte nel Medioevo e l'Alto Medioevo viene eliminato.
Secondo Fomenko, altro ricercatore, la storia che conosciamo dell'umanità sembrerebbe risalire all'800, visto che degli eventi che si sarebbero verificati tra l'800 e il 1000 non esisterebbe quasi nessuna informazione attendibilie.
Qual è la verità?
Nessuno lo sa ancora. Nessuno. E forse per molto altro tempo sarà così. Per quanto in molti contestino sia l'ipotesi del Tempo Fantasma che la Nuova Cronologia, infatti, sono ben pochi ad aver fornito spiegazioni a supporto delle loro critiche; la maggior parte dei commenti sono solo critiche indignate prive però di
spiegazioni.
Forse è ancora lontana una soluzione che aiuti a comprendere se sia vero o meno che esistano nella nostra cronologia degli eventi che non si sono mai verificati e 297 anni in più nel nostro calendario. Per adesso, però, sappiamo solo che la comunità scientifica è divisa e che, semmai fosse vera l'ipotesi del Tempo Fantasma, ci troveremmo di fronte ad una delle più grandi manipolazioni della storia che si siano mai viste, o sentite. E che molto di quello che sappiamo dovrebbe essere riscritto.
Fonte documentale per la stesura dell'articolo: www.ilnavigatorecurioso.it
La cosa viene definita: "Teoria del tempo fantasma".
Non si tratta di niente di paranormale o difficilmente comprensibile, ma di uno studio che, numerosi ricercatori e professori universitari, stanno approfondendo per chiarire una discrepanza temporale, un canyon, di ben 297 anni.
Il motivo è presto detto e, insieme, difficilmente credibile a primo impatto: gli anni trascorsi tra il 614 e il 911 compresi, cioè in piena epoca medievale, non sarebbero mai esistiti.
La cosiddetta ipotesi del Tempo Fantasma è stata formulata da tre studiosi in tempi diversi: Hans-Ulrich Niemitz (ex direttore del Centro di Storia e Tecnologia di Berlino, 1946-2010), Heribert Illig (storico tedesco) e Anatolij Timofeevic Fomenko (matematico, fisico e professore dell'Università statale di Mosca.
Tutto cominciò da Ulrich
Il primo ricercatore che formulò l'ipotesi del Tempo Fantasma fu Hans-Ulrich Niemitz che nel suo articolo "The Phantom Time Hypothesis" espose tre tesi fondamentali: 1) Centinaia di anni fa, il nostro calendario fu manipolando aggiungendovi 297 anni che non si sono mai verificati; 2) Ora ci troviamo in un anno che è 297 anni più avanti di quello che dovrebbe essere; 3) Chi ha elaborato queste ipotesi non è un eccentrico.
Vista così, l'ipotesi potrebbe apparire qualcosa di deliberatamente creato ad arte per far parlare di sé. Ma andiamo con ordine.
I ricercatori si sono occupati dello studio di numerosi documenti risalenti al periodo suddetto che non sarebbero altro che dei falsi. In poche parole, nel Medievo sarebbe stati creati numerosi documenti che riportavano eventi e racconti che venivano datati centinaia di anni prima e che, così, sarebbero entrati in contrasto con la storiografia ufficiale fino non solo a farne parte, ma anche e, soprattutto, a condizionare il conteggio cronologico successivo.
Questo fu il tema di un convegno internazionale che si svolse nel 1986 a Monaco e che espose, nel suo intervento, il presidente della Monumenta Germanie Historica: Horst Fuhrmann.
Heribert Illig si interessò subito al tema e si chiese per quale motivo sarebbero stati creati così tanti falsi e per quale motivo. Illig approfondì allora il tema delle fonti documentali ed analizzò migliaia di testi, tra i quali i cosiddetti "falsi", fino a quando, assieme ai suoi collaboratori, non giunse allo studio della nascita e dell'introduzione del Calendario Gregoriano nel 1582 (per opera di papa Gregorio XIII) e che ancora oggi utilizziamo.
La svolta?
Il calendario gregoriano fu creato ed introdotto per soppiantare il calendario giuliano, che risaliva al 45 a.C., per correggere una differenza di dieci giorni che andavano ad accumularsi a causa di un errore di calcolo astronomico che faceva durare 10,8 minuti in più un anno calcolato con il calendario Giuliano.
Tuttavia, per Illig i dieci giorni in più si sarebbero accumulati solo a partire dal 1257 e nel XVI secolo si sarebbe deciso di riconsiderare tutto basandosi sul nuovo e corretto calcolo (calendario gregoriano) andando alla ricerca di tutti i fatti risaliti prima di quell'anno, tra i quali sarebbero finiti anche i "famosi" 297 anni in più.
Una delle considerazioni più forti di Illig, in relazione al suo studio, sarebbe che la dinastia carolingia non sarebbe mai esistita, ma che si tratterebbe solo di un mito medievale. E così, ovviamente, Carlo Magno.
Una follia?
Heriber Illig conitnuò a studiare i documenti in suo possesso e quindi spostò la propria attenzione sui reperti fisici che sarebbero risalenti a quel periodo. E, effettivamente, i ricercatori confermarono che di oggetti, ma anche costruzioni, databili tra il 614 e il 911 d..C., ce ne sono ben pochi.
Gli altri studiosi hanno però ribattuto alle ipotesi di Illig con gli studi astronimici e la concordanza di questi con il passaggio di corpi celesti come la Cometa di Halley.
Inoltre, per quanto riguarda l'introduzione del calendario Gregoriano c'è da dire che l'intento vero e consatato era quello di portare il calendario giuliano in linea a quello che risaliva al 325 d.C. (anno del Consiglio di Nicea in cui si stabilì la data della domenica di Pasqua fissando l'equinozio di primavera al 20 marzo del calendario giuliano), e non al 45 a.C.
I tre secoli reclamati da Illig, allora, non sarebbero altro che quelli trascorsi tra il 45 a.C. e il Concilio di Nicea.
Tutto riaperto
Per quanto, tuttavia, la storiografia ufficiale difenda il calcolo nominale che dice che adesso ci troviamo nel III secolo d.C., altri ricercatori hanno riaperto il dibattito intorno al Tempo Fantasma.
Il matematico Anatolij Timofeevic ha elaborato una teoria del tutto simile a quella di Illig e Niemitz, ma indipendente.
La Nuova Cronologia
Timofeevic è l'autore della cosidetta Nuova Cronologia, una teoria per la quale i fatti avvenuti nella storia si sarebbero verificati in tempi cronologicamente diversi da quelli a noi conosciuti. La teoria di Timofeevic afferma che la cronologia tradizionale consista in quattro copie della "vera" cronologia (i fatti effettivamente accaduti) che si sovrappongono, spostate indietro nel tempo di intervalli significativi (da 300 a 2000 anni) con alcune revisioni.
Per cui tutti i personaggi di cui si sente parlare, o si legge, risalenti a prima dell'XI secolo, sarebbero irreali, fittizzi, o "immagini riflesse fantasma" di eventi o personaggi medievali, trasporatit da errori intenzionali o da errate datazioni accidentali di documenti storici.
La Nuova Cronologia è così più corta, molto più corta, di quella convenzionale. L'Antico Egitto, la Gregia antica e la storia romana sarebbero comprese tutte nel Medioevo e l'Alto Medioevo viene eliminato.
Secondo Fomenko, altro ricercatore, la storia che conosciamo dell'umanità sembrerebbe risalire all'800, visto che degli eventi che si sarebbero verificati tra l'800 e il 1000 non esisterebbe quasi nessuna informazione attendibilie.
Qual è la verità?
Nessuno lo sa ancora. Nessuno. E forse per molto altro tempo sarà così. Per quanto in molti contestino sia l'ipotesi del Tempo Fantasma che la Nuova Cronologia, infatti, sono ben pochi ad aver fornito spiegazioni a supporto delle loro critiche; la maggior parte dei commenti sono solo critiche indignate prive però di
spiegazioni.
Forse è ancora lontana una soluzione che aiuti a comprendere se sia vero o meno che esistano nella nostra cronologia degli eventi che non si sono mai verificati e 297 anni in più nel nostro calendario. Per adesso, però, sappiamo solo che la comunità scientifica è divisa e che, semmai fosse vera l'ipotesi del Tempo Fantasma, ci troveremmo di fronte ad una delle più grandi manipolazioni della storia che si siano mai viste, o sentite. E che molto di quello che sappiamo dovrebbe essere riscritto.
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Ecco come gli Egizi costruirono le piramidi. L'ultima ipotesi degli studiosi.
Sulle piramidi d'Egitto, opere d'ingegneria antiche di cinquemila anni che ancora lasciano stupefatti e affascinati, si è detto e si continua a dire molto. Moltissimo.
Dalle ipotesi 'aliene' a quelle degli schiavi, passando per l'intuizione del grande studioso Robert Bauval, che ha scoperto, ormai da oltre un ventennio, un legame tra le piramidi della Piana di Giza e la Sfinge con le stelle della Cintura d'Orione. Ma se per quello che concerne la costruzione si è appurato che non erano gli schiavi ad edificarle, mentre si trattava di operai specializzati coadiuvati da lavoratori (quello sì) sottopagati che erano spinti a fare il lavoro di forza, ci si è sempre domandati come abbiano potuto spostare i blocchi pesanti tonnellate e ad incastrarli con una simile perfezione.
Gli studiosi del Fom (Fondazione per la ricerca fondamentale sulla materia) dell'Università di Amsterdam hanno realizzato una ricerca pubblicata in aprile sulla rivista Physical Reviews Letters, con cui hanno ipotizzato che i blocchi di granito, una volta estratti dalla cava e lavorati, siano stati dislocati e condotti nelle apposite ubicazioni riducendo l'attrito sulla sabbia. Cioè il coefficiente di frizione statica.
In che modo? Questo punto è l'interrogativo che attanaglia gli studiosi da sempre. E nel caso di quest'ultima ricerca, la soluzione ipotizzata è allo stesso tempo semplice e anche altamente lineare.
L'acqua.
Spruzzando infatti un po' d'acqua (non troppa) sulla sabbia su cui sarebbe poi trascinato il blocco, questo avrebbe permesso di ridurre di oltre il 50% il coefficiente di attrito del terreno. Inumidita, la superficie di scorrimento sarebbe stata più 'liscia' e avrebbe consentito, soprattutto, di evitare l'accumulo di sabbia di fronte al granito. Questo sarebbe stato l'ostacolo principale durante il trasporto da parte degli operai, appurato che il coefficiente di attrito della sabbia non è elevato. Il rapporto tra sabbia e acqua (capillarità) quindi riduce il coefficiente di frizione statica a favore di un migliore scorrimento. Troppa acqua, d'altro canto, avrebbe aumentato il coefficiente di frizione statica andando ad incidere negativamente sullo scorrimento, che in quel caso sarebbe stato compromesso.
Dalle ipotesi 'aliene' a quelle degli schiavi, passando per l'intuizione del grande studioso Robert Bauval, che ha scoperto, ormai da oltre un ventennio, un legame tra le piramidi della Piana di Giza e la Sfinge con le stelle della Cintura d'Orione. Ma se per quello che concerne la costruzione si è appurato che non erano gli schiavi ad edificarle, mentre si trattava di operai specializzati coadiuvati da lavoratori (quello sì) sottopagati che erano spinti a fare il lavoro di forza, ci si è sempre domandati come abbiano potuto spostare i blocchi pesanti tonnellate e ad incastrarli con una simile perfezione.
Gli studiosi del Fom (Fondazione per la ricerca fondamentale sulla materia) dell'Università di Amsterdam hanno realizzato una ricerca pubblicata in aprile sulla rivista Physical Reviews Letters, con cui hanno ipotizzato che i blocchi di granito, una volta estratti dalla cava e lavorati, siano stati dislocati e condotti nelle apposite ubicazioni riducendo l'attrito sulla sabbia. Cioè il coefficiente di frizione statica.
In che modo? Questo punto è l'interrogativo che attanaglia gli studiosi da sempre. E nel caso di quest'ultima ricerca, la soluzione ipotizzata è allo stesso tempo semplice e anche altamente lineare.
L'acqua.
Spruzzando infatti un po' d'acqua (non troppa) sulla sabbia su cui sarebbe poi trascinato il blocco, questo avrebbe permesso di ridurre di oltre il 50% il coefficiente di attrito del terreno. Inumidita, la superficie di scorrimento sarebbe stata più 'liscia' e avrebbe consentito, soprattutto, di evitare l'accumulo di sabbia di fronte al granito. Questo sarebbe stato l'ostacolo principale durante il trasporto da parte degli operai, appurato che il coefficiente di attrito della sabbia non è elevato. Il rapporto tra sabbia e acqua (capillarità) quindi riduce il coefficiente di frizione statica a favore di un migliore scorrimento. Troppa acqua, d'altro canto, avrebbe aumentato il coefficiente di frizione statica andando ad incidere negativamente sullo scorrimento, che in quel caso sarebbe stato compromesso.
Avete presente quando volete far scorrere un pallone da calcio in un campo su cui piove molto e in cui vi sono molte pozze? La palla scorre molto poco e, anzi, è frenata dall'acqua (o dal fango) che, se è troppa, anziché creare un ponte a livello particellare, forma un ostacolo. Mentre quando il campo è bagnato in maniera opportuna prima della partita, il pallone scorre rasoterra con un'ottima velocità.
![]() | ||
| Slitta trainata su sabbia. A sinistra asciutta, a destra inumidita. |
Ecco il segreto, allora. Non troppa acqua, né troppo poca.
E come si vede dal geroglifico trova nella tomba di Djehutihotep, vissuto intorno al 1850 a.C., le cose sarebbero state davvero così. Nel geroglifico si notano interi gruppi di operai che trascinando un'enorme statua aiutandosi con le funi, mentre un uomo vicino la statua inumidisce il terreno poco prima che questa vi passi sopra.
Ma la teoria, per quanto interessante, ancora è lontana dall'essere approvata a livello mondiale, data la labile conoscenza che ancora sussiste tra le interazioni dei materiali granulosi come quelli granitici, la sabbia e l'acqua. Si tratta tuttavia di un'idea da non sottovalutare e che potrebbe portare ad una conoscenza molto più evoluta sui materiali, i loro comportamenti e le loro applicazioni.
![]() |
| Geroglifico di Djehutihotep. Si nota un uomo, vicino la statua, che inumidisce la sabbia. |
Tuttavia, per dovere di cronaca e poiché ci piace anche sognare, non disdegnamo altre ipotesi tra cui la, ancora insoluta, scoperta che avrebbe condotto Edward Leedskalnin, grande amico di Nikola Tesla, che costruì da solo, compose e poi scompose e trasferì, senza l'aiuto di nessuno, un intero castello da lui costruito in granito (qui il link dell'articolo sul blog: link )...
E la soluzione al mistero, forse, potrebbe riguardare in parte proprio l'elettromagnetismo e le scoperte (nascoste) di Tesla (articolo sul blog: link ), dato che ogni luogo sulla Terra su cui si trovano le piramidi sono punti particolarmente ricchi di energia elettromagnetica... Ma per il momento ci fermiamo all'acqua e vi lasciamo a questo ottimo ed approfondito studio, sempre in attesa di nuove scoperte e sempre pronti a rimettere tutto in discussione.
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Marte: il pianeta della vita (estinta)?
Marte è il limite.
Il nuovo obiettivo di astronauti, astronomi, astrofisici e scienziati di tutto il mondo è sapere cosa celi il "pianeta rosso". Tanto simile alla Terra, quanto arido e ora inospitale.
Tuttavia il Rover(così si chiama il tipo di robot munito di camera ivi presente, di proprietà della NASA) lanciato ormai quasi dieci anni fa per documentare in linea diretta il pianeta e scoprire se possa sussistere o meno qualche possibilità che la sua superficie abbia ospitato vita, ha fornito dati e immagini che hanno provocato vivi dibattiti.
Certamente, ad ora, appurata l'esistenza di alvei prosciugati e canyon marini visibili già dalle immagini satellitari e telescopiche, si è avuto risposta ad uno degli interrogativi cardine. Su Marte è scorsa acqua e probabilmente vi è brulicata vita.
Su cosa sia successo dopo, poi, è tutta un'altra questione.
Molto probabilmente, la caduta di un asteroide di grandi dimensioni, o un evento insito alla crosta marziana, hanno causato la scomparsa di ogni genere di vita esistente. E, come molti ritengono, l'aspetto più interessante ed affascinante, è l'ipotesi che Marte un tempo abbia ospitato forme di vita intelligenti non dissimili, se non identiche, all'Uomo.
La fotografia inviata dal Rover di quello che appare un uomo cristallizzato, o pietrificato, ha fatto il giro del mondo in brevissimo tempo assieme a quella che sembra una tartaruga, anch'essa in uno stato del tutto simile all'umanoide. E uno scienziato ha avanzato un'ipotesi che ben si ricollegherebbe e alla catastrofe che avrebbe devastato il pianeta e alla possibilità che esso abbia ospitato forme di vita intelligenti.
Similmente a quanto avvenuto a Pompei, dove gli uomini della cittadina alle pendici del Vesuvio furono sommersi dai lapilli e dalla cenere piovuta da una forte eruzione del vulcano, rimanendo letteralmente "pietrificati" nel loro ultimo momento di vita, probabilmente l'uomo fotografato su Marte (c'è chi dice si tratti solo della distorsione dell'ombra di una roccia o qualcosa del genere) potrebbe essere rimasto coinvolto nel disastro che ha cancellato ogni forma di vita sul pianeta, fino ad essere pietrificato sotto una pioggia di fuoco (ecco l'articolo a firma dello studioso che lavora per il Corriere che ha avanzato questa ipotesi suggestiva link). E allo stesso modo la tartaruga.
Ma al di là delle ipotesi, è sempre opportuno fare i calcoli con la realtà. E in questo caso la scienza. Coi dati di fatto e gli elementi che abbiamo effettivamente a disposizione.
Ed è notizia di pochi giorni fa, quella di una nuova istantanea inviata dal Rover in ricognizione datata 23 febbraio 2014. Il robot della NASA ha infatti fotografato quella che sembra essere una roccia di ammonite del tutto simile a quelle terrestri e forse, compatibilmente alla Geologia, con buona probabilità formatasi tra Devoniano e Cretaceo, cioè 400 e 65 milioni di anni fa. Tuttavia, la lunga distanza tra Terra e Marte ed una sola fotografia non sarebbero sufficienti ad ipotizzare una cosa tanto netta. Il punto su cui focalizzarsi è infatti un altro.
Una piccola impronta sulla roccia che, ingrandita, ha rivelato essere l'esoscheletro di un cefalopode. Esseri viventi del tutto simili a molluschi marini i cui fossili appartengono, appunto, ad un periodo compreso tra le due suddette ere geologiche terrestri, e che hanno spinto gli scienziati anche ad ipotizzare che Marte, all'epoca, possedesse mari provvisti di un avanzato ecosistema. I cefalopodi, infatti, assicurano i paleontologi, erano carnivori e pertanto la loro esistenza e sopravvivenza sarebbe stata garantita solo dalla presenza di altri esseri viventi di cui cibarsi. Anche se gli scienziati però ritengono che l'acqua su Marte sia scomparsa milioni ci anni fa, il professor Andreas Johnsonn dell'Università di Goteborg in Svezia sostiene che esistessero fiumi e mari su Marte già 200 mila anni fa. E che quindi non si fossero estinti in ere tanto antiche.
Tornando però sui nostri passi, è presto per dire se si tratti effettivamente o no di un cefalopode l'elemento ritratto in foto, ma a partire dall'uomo "pietrificato", proseguendo con la tartaruga, passando per l'impronta di un grande rettile fino ad arrivare all'ammonite di cui sopra, tutti gli elementi ci spingono a ritenere che, dato il periodo e la contemporanea presenza di altri esseri viventi, che in contemporanea Terra, Marte e altri pianeti del nostro sistema solare sono stati colpiti da qualche evento che su Marte ha causato la scomparsa dell'acqua (ad eccezione dei poli e forse del sottosuolo) e di ogni genere di vita, mentre sulla Terra tutto si è risolto col biblico Diluvio universale.
Le ipotesi di questo studioso, oltre ad aprire a scenari inattesi, affascinano e ci spingono a chiederci una volta di più se non sia tutto da riscrivere. Se la Storia del nostro pianeta e di come si sono sviluppate le sue forme di vita. Si potrebbero allora comprendere molte più cose anche sulle Antiche civiltà (Egizi, Maya ecc..) e capire allora chi fossero gli angeli scesi dal cielo.
Forse una civiltà tecnologicamente evoluta in cerca di salvezza, dopo aver previsto un disastro (una scia di meteoriti, una collisione o altro ancora) che ne avrebbe distrutto il pianeta?
Chissà... Intanto, ci affidiamo ai fatti e alla scienza fiduciosi che, presto o tardi, arriveranno tutte le risposte che cerchiamo.
(Le immagini e le citazioni riportante nell'articolo appartengono ai rispettivi proprietari)
Il nuovo obiettivo di astronauti, astronomi, astrofisici e scienziati di tutto il mondo è sapere cosa celi il "pianeta rosso". Tanto simile alla Terra, quanto arido e ora inospitale.
Tuttavia il Rover(così si chiama il tipo di robot munito di camera ivi presente, di proprietà della NASA) lanciato ormai quasi dieci anni fa per documentare in linea diretta il pianeta e scoprire se possa sussistere o meno qualche possibilità che la sua superficie abbia ospitato vita, ha fornito dati e immagini che hanno provocato vivi dibattiti.
Certamente, ad ora, appurata l'esistenza di alvei prosciugati e canyon marini visibili già dalle immagini satellitari e telescopiche, si è avuto risposta ad uno degli interrogativi cardine. Su Marte è scorsa acqua e probabilmente vi è brulicata vita.
Su cosa sia successo dopo, poi, è tutta un'altra questione.
Molto probabilmente, la caduta di un asteroide di grandi dimensioni, o un evento insito alla crosta marziana, hanno causato la scomparsa di ogni genere di vita esistente. E, come molti ritengono, l'aspetto più interessante ed affascinante, è l'ipotesi che Marte un tempo abbia ospitato forme di vita intelligenti non dissimili, se non identiche, all'Uomo.
La fotografia inviata dal Rover di quello che appare un uomo cristallizzato, o pietrificato, ha fatto il giro del mondo in brevissimo tempo assieme a quella che sembra una tartaruga, anch'essa in uno stato del tutto simile all'umanoide. E uno scienziato ha avanzato un'ipotesi che ben si ricollegherebbe e alla catastrofe che avrebbe devastato il pianeta e alla possibilità che esso abbia ospitato forme di vita intelligenti.
Similmente a quanto avvenuto a Pompei, dove gli uomini della cittadina alle pendici del Vesuvio furono sommersi dai lapilli e dalla cenere piovuta da una forte eruzione del vulcano, rimanendo letteralmente "pietrificati" nel loro ultimo momento di vita, probabilmente l'uomo fotografato su Marte (c'è chi dice si tratti solo della distorsione dell'ombra di una roccia o qualcosa del genere) potrebbe essere rimasto coinvolto nel disastro che ha cancellato ogni forma di vita sul pianeta, fino ad essere pietrificato sotto una pioggia di fuoco (ecco l'articolo a firma dello studioso che lavora per il Corriere che ha avanzato questa ipotesi suggestiva link). E allo stesso modo la tartaruga.
Ma al di là delle ipotesi, è sempre opportuno fare i calcoli con la realtà. E in questo caso la scienza. Coi dati di fatto e gli elementi che abbiamo effettivamente a disposizione.
Ed è notizia di pochi giorni fa, quella di una nuova istantanea inviata dal Rover in ricognizione datata 23 febbraio 2014. Il robot della NASA ha infatti fotografato quella che sembra essere una roccia di ammonite del tutto simile a quelle terrestri e forse, compatibilmente alla Geologia, con buona probabilità formatasi tra Devoniano e Cretaceo, cioè 400 e 65 milioni di anni fa. Tuttavia, la lunga distanza tra Terra e Marte ed una sola fotografia non sarebbero sufficienti ad ipotizzare una cosa tanto netta. Il punto su cui focalizzarsi è infatti un altro.
Una piccola impronta sulla roccia che, ingrandita, ha rivelato essere l'esoscheletro di un cefalopode. Esseri viventi del tutto simili a molluschi marini i cui fossili appartengono, appunto, ad un periodo compreso tra le due suddette ere geologiche terrestri, e che hanno spinto gli scienziati anche ad ipotizzare che Marte, all'epoca, possedesse mari provvisti di un avanzato ecosistema. I cefalopodi, infatti, assicurano i paleontologi, erano carnivori e pertanto la loro esistenza e sopravvivenza sarebbe stata garantita solo dalla presenza di altri esseri viventi di cui cibarsi. Anche se gli scienziati però ritengono che l'acqua su Marte sia scomparsa milioni ci anni fa, il professor Andreas Johnsonn dell'Università di Goteborg in Svezia sostiene che esistessero fiumi e mari su Marte già 200 mila anni fa. E che quindi non si fossero estinti in ere tanto antiche.
Tornando però sui nostri passi, è presto per dire se si tratti effettivamente o no di un cefalopode l'elemento ritratto in foto, ma a partire dall'uomo "pietrificato", proseguendo con la tartaruga, passando per l'impronta di un grande rettile fino ad arrivare all'ammonite di cui sopra, tutti gli elementi ci spingono a ritenere che, dato il periodo e la contemporanea presenza di altri esseri viventi, che in contemporanea Terra, Marte e altri pianeti del nostro sistema solare sono stati colpiti da qualche evento che su Marte ha causato la scomparsa dell'acqua (ad eccezione dei poli e forse del sottosuolo) e di ogni genere di vita, mentre sulla Terra tutto si è risolto col biblico Diluvio universale.
Le ipotesi di questo studioso, oltre ad aprire a scenari inattesi, affascinano e ci spingono a chiederci una volta di più se non sia tutto da riscrivere. Se la Storia del nostro pianeta e di come si sono sviluppate le sue forme di vita. Si potrebbero allora comprendere molte più cose anche sulle Antiche civiltà (Egizi, Maya ecc..) e capire allora chi fossero gli angeli scesi dal cielo.
Forse una civiltà tecnologicamente evoluta in cerca di salvezza, dopo aver previsto un disastro (una scia di meteoriti, una collisione o altro ancora) che ne avrebbe distrutto il pianeta?
Chissà... Intanto, ci affidiamo ai fatti e alla scienza fiduciosi che, presto o tardi, arriveranno tutte le risposte che cerchiamo.
(Le immagini e le citazioni riportante nell'articolo appartengono ai rispettivi proprietari)
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"L'oro di Dante", Filippo Martelli - Booktrailer (+playlist)
Ecco il booktrailer de "L'oro di Dante". Il romanzo che contiene le mie scoperte sulla Divina Commedia di cui ho scritto tre articoli di approfondimento.
Presto faremo la nuova grafica del blog più molti articoli e nuovi servizi video!
Vi ricordo che è possibile chiedere l'approfondimento di un tema a voi caro qui sul blog, o che vi interessa, contattandomi nella finestra a sinistra, o postando un commento!
Buona lettura a tutti!
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Le radici della conoscenza occulta della Divina Commedia - Il lato oscuro della storia - Parte 3
Altro,
Dante Alighieri,
Firenze,
Inferno,
L'oro di Dante,
Luoghi misteriosi e tesori nascosti,
Paradiso,
romanzo,
Rosacroce,
Templari
Ed eccoci, infine, giunti al fulcro dell'idea da me sviluppata che ha rivoluzionato il modo di leggere la Divina Commedia e che è sintetizzata nel mio romanzo "L'oro di Dante" (qui il link per l'acquisto online da Amazon dell'ebook e del cartaceo, ma il libro è acquistabile anche negli altri siti di libri e ordinabile in libreria: http://goo.gl/qTZyhj)).
Non vi ho fatto attendere ben oltre la settimana promessa per far accrescere la tensione, quanto, semmai, per far decantare i concetti introdotti nei due post precedenti. Perché è da essi che ripartiamo. E in particolare dall'ultimo (se non li avete letti, o non li ricordate bene, vi invito caldamente a leggerli prima di proseguire con questo). Svolgeremo infatti un percorso che inizierà dalla concezione generale e a tutti nota sulla Divina Commedia (quella che sicuramente conoscete dal liceo o dai vostri studi) applicando un ragionamento deduttivo per ribaltare l'idea universale dell'opera madre di Dante Alighieri; e lo faremo quindi partendo dal suo senso generale per raggiungere il particolare. Cioè esattamente al contrario di come, invece, leggiamo la Divina Commedia da sempre: induttivamente. Dal particolare al generale. A Dio.
Poiché proprio questo è stato il cardine del mio ragionamento. Il Dualismo. L'idea millenaria che la realtà sia composta di coppie di opposti che vivono l'uno in relazione all'altro (nascere e morire, angeli e diavoli, inferno e paradiso, luce e ombra, materia e antimateria, il manifesto e il non-manifesto...). Vi basti pensare agli esempi succitati e a come, in campo esoterico e alchemico, essa ricopra una posizione più che importante. E Dante, per ribadire il concetto, era probabilmente connesso a qualche sètta connessa agli insegnamenti templari quali erano i Fedeli d'Amore o, ancor di più, i Rosacroce.
Ma riprendiamo in mano il dualismo nella sua concezione più semplice e cerchiamo di ricordarci come la Divina Commedia sia un'opera composta di tre cantiche composte, ciascuna, di 33 canti, con la sola eccezione dell'Inferno, che conta un canto in più (il primo, l'introduzione all'intera opera).
Sicuramente adesso avrete ricordato questo dettaglio e certamente direte: "Ok. E dove sarebbe la scoperta?".
Un po' di pazienza. Arrivo subito al punto. Ma, prima di procedere, fissatevi bene alla mente l'idea del dualismo e di come, se esiste una cosa, deve allora esistere anche un suo contrario. Qualcosa che, in sostanza, ne ribalti il senso fino al raggiungimento di una verità magari taciuta o volutamente celata.
Ed ecco che allora se è il primo canto dell'Inferno a non dover essere considerato nel conteggio complessivo, è altresì certo che, se vogliamo trovare un senso recondito all'opera madre di Dante Alighieri, dobbiamo presupporre che non sia un suo canto della sua prima cantica a dover essere sottratto alla Divina Commedia, ma uno dell'ultima.... Uno del Paradiso...
Sorpresi? Confusi? Indecisi? Sfiduciati? Riluttanti all'idea? Desiderosi di abbandonare questa lettura...?
Be', se provate qualcosa di simile, allora non vi scostante molto dalla sensazione che mi pervase quando io stesso avanzai la suddetta ipotesi (certamente fuori di testa, lo ammetto). Perché anch'io fui assalito dal dubbio, più che legittimo, che mi rivoltava la mente:"Può davvero essere così semplice? Ed è possibile che nessuno, in quasi sette secoli che si legge la Divina Commedia e che se ne parla in tutto il mondo, con ogni mezzo, se ne sia mai accorto? E cosa ci sarebbe nascosto in quel canto? E in che modo?"...
Che ci crediate, o no, tuttavia... così poteva essere.... Davvero.
Ma sono tante domande. Troppe. Cerchiamo di andare con ordine così come feci io.
Quindi prendete un po' di fiato. E fidatevi.
Adesso vi spiego tutto.
Come dicevo nell'introduzione all'articolo, l'idea fondamentale su cui si è basato il mio studio è il dualismo. Un rapporto di coppie di elementi che vivono l'uno in relazione all'altro.
E quindi, come due numeri ne rappresentano uno, allora, se mi seguite e riflettete sul simbolo che vi proposi nell'ultimo post (l'ovale contenente i numeri 7, 6 e 5 su molte chiese templari quali Rennes le Chateau, la Cappella di Rosslynn, la facciata della cattedrale di Chartres ecc.), non vi sarà poi molto estraneo quello che farò adesso, secondo la linea guida del dualismo, partendo da singoli numeri che però sono composti da due unità... (una cosa e il suo contrario...due in uno, uno in due...)...
Inferno: 34 canti --- 3+4 = 7
Purgatorio: 33 canti --- 3+3 = 6
Paradiso: 32 canti --- 3+2 = 5
Ecco il fulcro di tutto.
Dalla sottrazione di un canto al Paradiso anziché all'Inferno, come avevo supposto, sommando i singoli numeri dei canti totali delle cantiche (cioè riducendoli cabalisticamente) avevo ottenuto le stesse cifre del simbolo che il ricercatore e storico Franjo Terhart aveva proposto nel libro che avevo studiato e che affermava essere ancora privo di senso.
Possibile però, mi chiesi, che, effettivamente, avessi trovato ciò che era stato perduto per secoli e secoli? Che avesse spiegato quell'arcano emblema e che esso fosse legato al segreto della Divina Commedia? E come? In che modo? Semplicemente ipotizzando che un canto del Paradiso fosse la "cassaforte" di un segreto lasciato da Dante Alighieri?... Mhh...
Scossi la testa, mi alzai dal tavolo su cui ero a lavoro (da ore e ore, nell'estate del 2011) e bevvi per distrarmi e schiarirmi le idee. Ero confuso. Troppo. Nonostante i tre numeri che avevo ottenuto da quel "gioco", effettivamente, fossero proprio gli stessi del simbolo, in quel frangente non volevano dire nient'altro.
Bevvi ancora, accesi la tv, presi un block notes e, tra una sit-com e qualche linea tracciata distrattamente, cercai d'ipotizzare svariati e astrusi calcoli matematici per combinare quel dato (totalmente nuovo nell'universo di Dante), con quanto i dantisti raccontano da sempre e quanto si fa studiare ai licei e alle università...
Niente.
Ecco cosa ottenni.
Così disegnai una stella a sette punte, una a sei e una a cinque per raffigurare le cifre che avevo ottenuto e provare a comprendere cosa fosse quella strana coincidenza (7, 6 e 5 da 34, 33 e 32).
Lavorai ancora e poi mi fermai.
Adesso, a ben vedere, avevo in mano qualcosa di più significativo.
La stella a sei punte era la Stella di David o Sigillo di Salomone, che è emblema, da sempre, dell'equilibrio e del bilanciamento. E nascendo dalla cantica del Purgatorio che "bilancia" Inferno e Paradiso (per posizione, significato e per il fatto stesso che il regno del purgatorio staziona a metà tra inferno e paradiso) allora mi dissi che la cosa iniziava ad assumere un suo senso logico.
Così osservai che la stella a cinque punte del Paradiso, invece, era emblema di Sirio (tra le molte cose) e quindi Dio... Ovviamente, per questo, non poteva che rappresentare il regno del paradiso...
Ma la stella a sette punte dell'Inferno... cos'era?...
Pur sfogliando vari e spessi tomi di simbologia, non riuscivo a comprendere come la stella a sette punte si collegasse alla cantica Inferno. L'Eptagramma è infatti emblema dell'armonia del mondo, come della sefirot Netzach nell'Albero sefirotico ebraico, dei sette peccati capitali, dei pianeti, dei piani dell'universo...
Poi... ecco la luce. Ecco uno dei punti chiave (non inserito nel mio romanzo "L'oro di Dante" per non appesantirlo oltremodo, ma significativo e utile a capire).
L'Eptagramma associa ogni propria punta a una delle lettere dell'acronimo V.I.T.R.I.O.L. (che, per gli appassionati di esoterismo e soprattutto alchimia è certamente conosciuto) e si tratta del simbolo del viaggio che deve compiere l'iniziato per giungere alla conoscenza suprema. Purificata dalla pesantezza terrena.
Letteralmente: "Visita l'interno della Terra e, rettificando, troverai la pietra segreta (ricordatevi le parole di dante nei primi versi della Divina Commedia: "...mi ritrovai per una selva oscura/ché la diritta via era smarrita...").
Era chiaro cosa avessi ottenuto da quei numeri e dai loro corrispettivi simboli (anche se non molto limpidamente per l'Inferno). Mi trovavo di fronte al segnale vero e proprio che quello era il principio di un cammino occulto, dimenticato forse, che mi avrebbe dovuto condurre a trovare la pietra occulta. Un segreto di Conoscenza. Il segreto della Divina Commedia celato da Dante...
Ma sentivo che non doveva essere tutto lì. Non poteva.
No.
E così, prima ancora d'iniziare l'arduo lavoro di ricerca del canto (per cui, ahimé, avrei poi dovuto studiare anche un opportuno metodo di decodifica) ripresi la mia analisi sui numeri 7, 6 e 5... Anzi, tornai ad analizzare quelli che, secondo la mia idea li avevano generati (34, 33 e 32) poiché, come ricordai, i singoli numeri hanno un significato geometrico e assieme "magico".
Così disegnai un triangolo rovescio per il 3 dell'Inferno (esattamente come il regno inferno è un cono rovescio) e un quadrato per il numero 4.
Poi rovesciai il primo triangolo del primo 3 del Purgatorio e ri-rovesciai (consentitemi il termine) il secondo, seguendo il loro ordine e il dualismo. Dopodiché, sovrapponendoli...ottenni proprio la Stella di David.
Entusiasta, disegnai un triangolo col vertice verso l'alto, verso la Conoscenza, (dal 3 del Paradiso) e poi un segmento dal numero 2... Ed ecco una stella a cinque punte. Un pentalfa....
Tornai allora sulle due immagini ottenute dai numeri 3 e 4 dell'Inferno e riflettei a lungo. Poi, come fatto con gli altri, le legai. Posi il quadrato sul lato orizzontale del triangolo rovescio e quindi ripensai che... come il numero 7 rappresenta il Tutto, l'Uno, e così come io avevo adesso spezzato l'unità della Divina Commedia e dei numeri dei suoi canti secondo una mia idea, allora avrei dovuto ricomporre queste immagini.
Tornare all'Unità che le raccoglieva. Fare esattamente il passaggio alchemico di ricomposizione di qualcosa che avevo scisso per renderlo più alto e completo (Rubedo, opera al rosso: Paradiso) dopo la disgregazione degli elementi (Nigredo, opera al nero: Inferno) e la purificazione degli stessi (Albedo, opera al bianco: Purgatorio).
Sovrapposi allora le tre figure ottenute cercando di incastrarle al meglio tra loro (cosa non semplice, credetemi), e mi accorsi che una loro unione era più che possibile e che sarebbe stata perfetta...
Sì... perfetta... (e non riuscì per molto tempo a scrostare dal mio volto un sorriso più che ebete)...
Avete presente quel momento in cui, sognando ad occhi aperti, magari leggendo un libro o vedendo un bel film di avventura sul mistero, si dice: "Quanto mi piacerebbe scoprire qualcosa così... qualcosa di rivoluzionario e storico, magari un segreto dimenticato, che lasci allibiti tutti. Prima di tutto me"...?
Ebbene, quel momento, inaspettatamente, per me era davvero arrivato...
La figura che avevo ottenuto, dopo aver azzardato la folle idea che al Paradiso sarebbe stato da sottrarre un canto (e non dall'Inferno) e che esso avrebbe, forse, potuto contenere un segreto lasciato da Dante e da lui citato con la nota terzina del IX canto dell'Inferno ("o voi ch'avete li 'ntelletti sani,/ mirate la dottrina che s'asconde/ sotto 'l velame de li versi strani") mi aveva lasciato senza parole, al buio della mia stanza.
Nella notte.
Forse... forse era davvero così... Sorprendente... Rivoluzionario... Stordente... Assurdo... E... perfettamente connesso... A Tutto... All'alchimia, al dualismo, alla cabala ebraica, all'ermetismo, allo gnosticismo, al neoplatonismo, alla filosofia ermetica templare...
Perché, di fronte ai miei occhi (increduli), dalla scissione alchemica degli elementi e dalla loro ricomposizione geometrica... era nato l'Albero della vita ebraico...
Non vi ho fatto attendere ben oltre la settimana promessa per far accrescere la tensione, quanto, semmai, per far decantare i concetti introdotti nei due post precedenti. Perché è da essi che ripartiamo. E in particolare dall'ultimo (se non li avete letti, o non li ricordate bene, vi invito caldamente a leggerli prima di proseguire con questo). Svolgeremo infatti un percorso che inizierà dalla concezione generale e a tutti nota sulla Divina Commedia (quella che sicuramente conoscete dal liceo o dai vostri studi) applicando un ragionamento deduttivo per ribaltare l'idea universale dell'opera madre di Dante Alighieri; e lo faremo quindi partendo dal suo senso generale per raggiungere il particolare. Cioè esattamente al contrario di come, invece, leggiamo la Divina Commedia da sempre: induttivamente. Dal particolare al generale. A Dio.
Poiché proprio questo è stato il cardine del mio ragionamento. Il Dualismo. L'idea millenaria che la realtà sia composta di coppie di opposti che vivono l'uno in relazione all'altro (nascere e morire, angeli e diavoli, inferno e paradiso, luce e ombra, materia e antimateria, il manifesto e il non-manifesto...). Vi basti pensare agli esempi succitati e a come, in campo esoterico e alchemico, essa ricopra una posizione più che importante. E Dante, per ribadire il concetto, era probabilmente connesso a qualche sètta connessa agli insegnamenti templari quali erano i Fedeli d'Amore o, ancor di più, i Rosacroce.
Ma riprendiamo in mano il dualismo nella sua concezione più semplice e cerchiamo di ricordarci come la Divina Commedia sia un'opera composta di tre cantiche composte, ciascuna, di 33 canti, con la sola eccezione dell'Inferno, che conta un canto in più (il primo, l'introduzione all'intera opera).
Sicuramente adesso avrete ricordato questo dettaglio e certamente direte: "Ok. E dove sarebbe la scoperta?".
Un po' di pazienza. Arrivo subito al punto. Ma, prima di procedere, fissatevi bene alla mente l'idea del dualismo e di come, se esiste una cosa, deve allora esistere anche un suo contrario. Qualcosa che, in sostanza, ne ribalti il senso fino al raggiungimento di una verità magari taciuta o volutamente celata.
Ed ecco che allora se è il primo canto dell'Inferno a non dover essere considerato nel conteggio complessivo, è altresì certo che, se vogliamo trovare un senso recondito all'opera madre di Dante Alighieri, dobbiamo presupporre che non sia un suo canto della sua prima cantica a dover essere sottratto alla Divina Commedia, ma uno dell'ultima.... Uno del Paradiso...
Sorpresi? Confusi? Indecisi? Sfiduciati? Riluttanti all'idea? Desiderosi di abbandonare questa lettura...?
Be', se provate qualcosa di simile, allora non vi scostante molto dalla sensazione che mi pervase quando io stesso avanzai la suddetta ipotesi (certamente fuori di testa, lo ammetto). Perché anch'io fui assalito dal dubbio, più che legittimo, che mi rivoltava la mente:"Può davvero essere così semplice? Ed è possibile che nessuno, in quasi sette secoli che si legge la Divina Commedia e che se ne parla in tutto il mondo, con ogni mezzo, se ne sia mai accorto? E cosa ci sarebbe nascosto in quel canto? E in che modo?"...
Che ci crediate, o no, tuttavia... così poteva essere.... Davvero.
Ma sono tante domande. Troppe. Cerchiamo di andare con ordine così come feci io.Quindi prendete un po' di fiato. E fidatevi.
Adesso vi spiego tutto.
Come dicevo nell'introduzione all'articolo, l'idea fondamentale su cui si è basato il mio studio è il dualismo. Un rapporto di coppie di elementi che vivono l'uno in relazione all'altro.
E quindi, come due numeri ne rappresentano uno, allora, se mi seguite e riflettete sul simbolo che vi proposi nell'ultimo post (l'ovale contenente i numeri 7, 6 e 5 su molte chiese templari quali Rennes le Chateau, la Cappella di Rosslynn, la facciata della cattedrale di Chartres ecc.), non vi sarà poi molto estraneo quello che farò adesso, secondo la linea guida del dualismo, partendo da singoli numeri che però sono composti da due unità... (una cosa e il suo contrario...due in uno, uno in due...)...
Inferno: 34 canti --- 3+4 = 7
Purgatorio: 33 canti --- 3+3 = 6
Paradiso: 32 canti --- 3+2 = 5
Ecco il fulcro di tutto.
Dalla sottrazione di un canto al Paradiso anziché all'Inferno, come avevo supposto, sommando i singoli numeri dei canti totali delle cantiche (cioè riducendoli cabalisticamente) avevo ottenuto le stesse cifre del simbolo che il ricercatore e storico Franjo Terhart aveva proposto nel libro che avevo studiato e che affermava essere ancora privo di senso.
Possibile però, mi chiesi, che, effettivamente, avessi trovato ciò che era stato perduto per secoli e secoli? Che avesse spiegato quell'arcano emblema e che esso fosse legato al segreto della Divina Commedia? E come? In che modo? Semplicemente ipotizzando che un canto del Paradiso fosse la "cassaforte" di un segreto lasciato da Dante Alighieri?... Mhh...
Scossi la testa, mi alzai dal tavolo su cui ero a lavoro (da ore e ore, nell'estate del 2011) e bevvi per distrarmi e schiarirmi le idee. Ero confuso. Troppo. Nonostante i tre numeri che avevo ottenuto da quel "gioco", effettivamente, fossero proprio gli stessi del simbolo, in quel frangente non volevano dire nient'altro.
Bevvi ancora, accesi la tv, presi un block notes e, tra una sit-com e qualche linea tracciata distrattamente, cercai d'ipotizzare svariati e astrusi calcoli matematici per combinare quel dato (totalmente nuovo nell'universo di Dante), con quanto i dantisti raccontano da sempre e quanto si fa studiare ai licei e alle università...
Niente.
Ecco cosa ottenni.
Così disegnai una stella a sette punte, una a sei e una a cinque per raffigurare le cifre che avevo ottenuto e provare a comprendere cosa fosse quella strana coincidenza (7, 6 e 5 da 34, 33 e 32).
Lavorai ancora e poi mi fermai.
Adesso, a ben vedere, avevo in mano qualcosa di più significativo.
La stella a sei punte era la Stella di David o Sigillo di Salomone, che è emblema, da sempre, dell'equilibrio e del bilanciamento. E nascendo dalla cantica del Purgatorio che "bilancia" Inferno e Paradiso (per posizione, significato e per il fatto stesso che il regno del purgatorio staziona a metà tra inferno e paradiso) allora mi dissi che la cosa iniziava ad assumere un suo senso logico.
Così osservai che la stella a cinque punte del Paradiso, invece, era emblema di Sirio (tra le molte cose) e quindi Dio... Ovviamente, per questo, non poteva che rappresentare il regno del paradiso...
Ma la stella a sette punte dell'Inferno... cos'era?...
Pur sfogliando vari e spessi tomi di simbologia, non riuscivo a comprendere come la stella a sette punte si collegasse alla cantica Inferno. L'Eptagramma è infatti emblema dell'armonia del mondo, come della sefirot Netzach nell'Albero sefirotico ebraico, dei sette peccati capitali, dei pianeti, dei piani dell'universo...
Poi... ecco la luce. Ecco uno dei punti chiave (non inserito nel mio romanzo "L'oro di Dante" per non appesantirlo oltremodo, ma significativo e utile a capire).
L'Eptagramma associa ogni propria punta a una delle lettere dell'acronimo V.I.T.R.I.O.L. (che, per gli appassionati di esoterismo e soprattutto alchimia è certamente conosciuto) e si tratta del simbolo del viaggio che deve compiere l'iniziato per giungere alla conoscenza suprema. Purificata dalla pesantezza terrena.
Letteralmente: "Visita l'interno della Terra e, rettificando, troverai la pietra segreta (ricordatevi le parole di dante nei primi versi della Divina Commedia: "...mi ritrovai per una selva oscura/ché la diritta via era smarrita...").
Era chiaro cosa avessi ottenuto da quei numeri e dai loro corrispettivi simboli (anche se non molto limpidamente per l'Inferno). Mi trovavo di fronte al segnale vero e proprio che quello era il principio di un cammino occulto, dimenticato forse, che mi avrebbe dovuto condurre a trovare la pietra occulta. Un segreto di Conoscenza. Il segreto della Divina Commedia celato da Dante...
Ma sentivo che non doveva essere tutto lì. Non poteva.
No.
E così, prima ancora d'iniziare l'arduo lavoro di ricerca del canto (per cui, ahimé, avrei poi dovuto studiare anche un opportuno metodo di decodifica) ripresi la mia analisi sui numeri 7, 6 e 5... Anzi, tornai ad analizzare quelli che, secondo la mia idea li avevano generati (34, 33 e 32) poiché, come ricordai, i singoli numeri hanno un significato geometrico e assieme "magico".
Così disegnai un triangolo rovescio per il 3 dell'Inferno (esattamente come il regno inferno è un cono rovescio) e un quadrato per il numero 4.
Poi rovesciai il primo triangolo del primo 3 del Purgatorio e ri-rovesciai (consentitemi il termine) il secondo, seguendo il loro ordine e il dualismo. Dopodiché, sovrapponendoli...ottenni proprio la Stella di David.
Entusiasta, disegnai un triangolo col vertice verso l'alto, verso la Conoscenza, (dal 3 del Paradiso) e poi un segmento dal numero 2... Ed ecco una stella a cinque punte. Un pentalfa....
Tornai allora sulle due immagini ottenute dai numeri 3 e 4 dell'Inferno e riflettei a lungo. Poi, come fatto con gli altri, le legai. Posi il quadrato sul lato orizzontale del triangolo rovescio e quindi ripensai che... come il numero 7 rappresenta il Tutto, l'Uno, e così come io avevo adesso spezzato l'unità della Divina Commedia e dei numeri dei suoi canti secondo una mia idea, allora avrei dovuto ricomporre queste immagini.
Tornare all'Unità che le raccoglieva. Fare esattamente il passaggio alchemico di ricomposizione di qualcosa che avevo scisso per renderlo più alto e completo (Rubedo, opera al rosso: Paradiso) dopo la disgregazione degli elementi (Nigredo, opera al nero: Inferno) e la purificazione degli stessi (Albedo, opera al bianco: Purgatorio).
Sovrapposi allora le tre figure ottenute cercando di incastrarle al meglio tra loro (cosa non semplice, credetemi), e mi accorsi che una loro unione era più che possibile e che sarebbe stata perfetta...
Sì... perfetta... (e non riuscì per molto tempo a scrostare dal mio volto un sorriso più che ebete)...
Avete presente quel momento in cui, sognando ad occhi aperti, magari leggendo un libro o vedendo un bel film di avventura sul mistero, si dice: "Quanto mi piacerebbe scoprire qualcosa così... qualcosa di rivoluzionario e storico, magari un segreto dimenticato, che lasci allibiti tutti. Prima di tutto me"...?
Ebbene, quel momento, inaspettatamente, per me era davvero arrivato...
La figura che avevo ottenuto, dopo aver azzardato la folle idea che al Paradiso sarebbe stato da sottrarre un canto (e non dall'Inferno) e che esso avrebbe, forse, potuto contenere un segreto lasciato da Dante e da lui citato con la nota terzina del IX canto dell'Inferno ("o voi ch'avete li 'ntelletti sani,/ mirate la dottrina che s'asconde/ sotto 'l velame de li versi strani") mi aveva lasciato senza parole, al buio della mia stanza.
Nella notte.
Forse... forse era davvero così... Sorprendente... Rivoluzionario... Stordente... Assurdo... E... perfettamente connesso... A Tutto... All'alchimia, al dualismo, alla cabala ebraica, all'ermetismo, allo gnosticismo, al neoplatonismo, alla filosofia ermetica templare...
Perché, di fronte ai miei occhi (increduli), dalla scissione alchemica degli elementi e dalla loro ricomposizione geometrica... era nato l'Albero della vita ebraico...
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| Schema riassuntivo del mio studio e del mio ragionamento con conseguente generazione dell'Albero della vita ebraico o sefirotico. Copyright 2013 by Filippo Martelli |
Copyright Filippo Martelli. 2013. E' vietata la riproduzione del seguente articolo senza il benestare scritto dell'autore stesso.
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La scala di conoscenza perduta della Divina Commedia. - Il lato oscuro della Storia - Parte 2
Dan Brown,
Dante Alighieri,
Firenze,
Giancarlo Gianazza,
Inferno,
L'oro di Dante,
Luoghi misteriosi e tesori nascosti,
Rosacroce,
Templari
Ed è così che vanno le cose, verrebbe da dire.
Sì, perché per quanto assurdo possa sembrare, questo è il pensiero che mi scavò nella mente al momento delle prime scoperte che compiei sulla Divina Commedia. Si studia tanto (soprattutto al liceo) una grande opera letteraria - forse, ma anche senza forse, la più grande - avvicinandosi tanto allo stupore e al godimento di un poema letterario così sublime divagando su concetti che vengono espressi fin dalla morte di Dante (1321, ndr), e già approfonditi pochi anni dopo quel nefasto evento dall'eterno Giovanni Boccaccio (forse il primo "dantista" della storia; professore di Divina Commedia all'Università di via dello Studio, a Firenze, e colui che le assegnò l'epiteto 'divina') che non si può credere che la verità, quella celata, sia ben altro. O che esista "altro".
Ma tant'è. E credo sia bene mettere in chiaro le cose per tutti, prima di inoltrarmi nell'arduo lavoro di spiegazione e approfondimento di una scoperta per la quale ho lottato e continuo a lottare con ogni singola cellula del mio corpo. Complessa sì, ma anche semplice. Basta seguire un filo logico. Non serve molto.
L'antipasto che vi ho offerto col passato articolo, tuttavia, può essere servito a stuzzicare il vostro interesse ma certo non esaurisce il vostro appetito che, anzi, se avete apprezzato i flash sulla mia scoperta riguardo le opere botticelliane sarà credo accresciuto, piuttosto che affievolito. (E, con l'occasione, vi ricordo il romanzo che contiene il mio studio: "L'oro di Dante". Acquistabile sia in formato cartaceo, a 24 euro, e ebook a 3,99 euro. Qui il link per Amazon: http://goo.gl/qTZyhj)
Per tutti coloro che non lo sapessero (o non lo ricordassero) parlando per sommi capi la Divina Commedia, poema del priore fiorentino e medico speziale Dante Alighieri, scritto negli anni del suo esilio dalla città (1304-1321), è un'opera divisa in tre parti dette "cantiche". Queste, intitolate "Inferno", "Purgatorio" e "Paradiso" dal nome dei tre regni divini che il Poeta nella finzione letteraria è chiamato a visitare per volere divino chiamato da santa Lucia, la quale incaricò Beatrice Portinari di mandare il poeta Virgilio (sito nel limbo) a prendere Dante, sono divise in 33 canti l'una scritti in versi endecasillabi alternati e concatenati.
La sola cantica che fa eccezione rispetto alle altre è l'Inferno, che conta un canto in aggiunta, il primo, da considerarsi vera e propria eccezione. Si tratta infatti di un'introduzione all'intero poema. Riga più riga meno.
Riassumendo:
Inferno 34 canti (33+1)
Purgatorio 33 canti
Paradiso 33 canti
Ma come sempre aleggiano molti misteri intorno alla Divina Commedia, nonostante questo sia l'insegnamento che viene propugnato a tutti, indistintamente, ormai da quasi sette secoli. Perché in fondo basta e avanza, visto e considerata la mole di lavoro utile a comprenderlo in ogni sua parte. Dante affermava che le sue opere dovevano essere lette su tre livelli distinti: letterale, morale e allegorico.
Vale a dire: sul piano puramente narrativo, poi morale (indagando alla ricerca del senso retorico) e quindi allegorico (cercando il significato delle immagini che Dante mostra per favorire la narrazione).
Questo è il lavoro da svolgere. Ma non basta. Basando i suoi studi di matrice anche domenicana, Dante si è molto ispirato all'Arbor Vitae Iesu Crucifixae di Ubertino da Casale, eternato in epoca moderna, tra l'altro, da Umberto Eco nel suo capolavoro Il nome della rosa (Premio Strega 1981), e le sue numerose citazioni filosofiche e teologiche non fanno altro che impregnare e impreziosire, ma anche inerpicare, il duro cammino di conoscenza del lettore che è chiamato, come capirete, ad approfondire a sua volta, o a documentarsi, su Aristotele prima di tutto (Dante era un aristotelico e credeva nella struttura dei pianeti concentrica) e poi sul resto della filosofia, della teologia, antica e moderna (per la sua epoca), e delle Sacre Scritture... Scusate se è poco!
Un lavoro che in buona sostanza ha portato e che porta, ad oggi, ad approfondire conoscenze di levatura appartenente non certamente al Volgo, ma ai ricchi, ai mecenati e ai monaci, in una maniera prima d'ora ben poche volte favorita. Attraverso la piacevolezza - ma anche il terrore (ricordiamoci che all'epoca si aveva molto timore che ciò che si leggeva fosse vero e si credeva che Dante fosse realmente andato in Inferno, Purgatorio e Paradiso) - della lettura di un poema che preso per quello che è avrebbe arrecato ricchezza d'animo a tutti.
La Divina Commedia è infatti il primo poema di questa complessità in lingua volgare.
Si tratta per cui di una faretra che ha fratturato il mondo letterario e conoscitivo noto fino a quel momento. Fino ad allora, di fatti, tutte le opere(letterali, storiche, filosofiche, teologiche ecc) erano in Latino o Greco antico. Due lingue non conosciute al popolo, eccezion fatta per i nobili istruiti, i monaci (che le scrivevano, studiavano e tramandavano), gli ecclesiastici in genere e pochi altri privilegiati.
Come Dante.
Un uomo che nella Firenze di fine '200 ha avuto il privilegio di ricevere un'istruzione domenicana presso la scuola di Santa Maria Novella potendosi così avvicinare ai trattati di Platone, Pitagora, Archimede, Aristotele, Catilina e molti altri, imparando il Greco, il Latino, un po' d'Ebraico, la Retorica, la Filosofia ecc. Fino ai contemporanei come il succitato e suo contemporaneo frate e teologo Ubertino da Casale.
Tuttavia, la sua scelta rivoluzionaria di scrivere un poema di tanta complessità in Volgare (la lingua parlata dal popolo), dopo aver scritto molte altre opere in Latino e inserendo anche personaggi contemporanei o di recente deceduti, l'ha esaltato agli onori della cronaca non solo per la bellezza, ma anche per l'aver prodotto qualcosa che chiunque sapesse leggere poteva comprendere (almeno dal punto di vista letterale) o potesse quantomeno udire e goderne la piacevolezza del suono in piazza alle letture pubbliche che Boccaccio organizzava in piazza Santa Croce.
Perorare il messaggio e il proprio intento fino alla fine. All'estremo.
Ecco il perché del Volgare. Estendere il messaggio a tutti e non confinarlo, nonostante le critiche dei letterati che volevano che lo scrivesse in Latino, tra ristrette cerchia che avrebbero potuto apprezzarlo.
E' stato grazie a questo suo ardore, in fondo, se è nato l'Italiano oltretutto. La nostra lingua.
Per cui, sulla base di questi presupposti non vi intimorite troppo se una mente del calibro di Dante Alighieri potrebbe aver inserito nella sua opera un segreto. Ci troviamo giustappunto in un'epoca in cui la storia dei cavalieri templari sta per esaurirsi col rogo sulla Senna a Parigi del 23° ed ultimo Gran Maestro templare Jaques de Molay (13 ottobre 1314), e l'instabilità in Europa, non solo nella Penisola, regna più che sovrana anche per l'interminabile e logorroica Guerra dei Cent'anni.
La Germania elegge due nuovi imperatori in contemporanea, appartenenti a due casate differenti, la Francia è traghettata verso il baratro da Filippo IV (detto "Il bello") e il Papato, sotto Clemente V ed i suoi successori, viene spostato con la forza ad Avignone, in Francia, senza ormai avere potere... Pochi, chiari esempi di un'instabilità che vede così il fiorire di numerose opere e gruppi e cerchie di letterati che perorano le loro cause e che hanno, tra i loro aderenti, anche personaggi forti e "politicizzati" quali lo stesso Dante. Cacciato dai Guelfi Neri saliti al potere su Firenze dopo la discesa in terra italica di Carlo di Valois sotto l'inganno di papa Bonifacio VIII(che chiamò il priore dei guelfi bianchi Dante Alighieri a Roma per un'ambasceria, che in realtà era una trappola per farlo allontanare dal centro di potere) ed esiliato per non aver fatto pubblica ammenda. Rifiutandolo, e più volte. Condannato quindi all'esilio. E al rogo, se mai fosse tornato.
Nascono così i poeti del Dolce Stil Novo e, segretamente, un gruppo del tutto simile: i Fedeli d'Amore.
Quest'ultimo tenetelo a mente.
Entrambi i gruppi basavano la loro essenza sull'amore verso la donna e in generale verso il femmineo, vera chiave di elevazione spirituale verso Dio. Si trattava di un'ispirazione che non necessariamente doveva derivare da donne in carne ed ossa, sia chiaro, ma pur sempre donne: scienza, sapienza, filosofia ecc. Così che l'uomo deve innamorarsi, poi allontanarsi dalla amata e trattenere la tensione erotica per sfogarla nella poesia e nella scrittura giungendo quindi a scoprire i misteri del mondo e di Dio.
Ma cosa distingueva i Rosacroce dai Fedeli d'Amore? Non certo la filosofia lavorativa e letteraria, ma un'appartenenza occulta, quella sì...
I Rosacroce, infatti, sarebbero i veri eredi della tradizione templare, oltre che dei loro misteri.
Non mi dilungherò troppo sull'approfondimento del tema suddetto in questa stessa sede, ma ciò basti per intendere l'ampiezza della circostanza in cui ci troviamo affogati e in cui era asperso lo stesso Dante.
Ed eccoci al punto di svolta, l'inizio della mia scoperta e il principio della valanga di verità sopite che ho risvegliato.
Un simbolo sulle facciate di numerose e importanti chiese templari di tutta l'Europa. Alcuni esempi? Be', la cattedrale Chartres, la Cappella di Rosslynn, vari castelli e, addirittura, la chiesa di Rennes le Chateau.
Curiosi? Volete sapere di cosa si tratta? Se è così, dovete sapere che ne parla per primo un certo Franjo Terhart che, per i profani o non conoscitori di questo particolare, è il ricercatore che ha scoperto i messaggi nascosti ne L'ultima cena di Leonardo da Vinci e che poi ha sfruttato Dan Brown nel suo bestseller Il codice da Vinci. Il disegno per la verità non ha alcun fascino particolare né recondito ad un primo sguardo. Si tratta semplicemente di una sorta di ovale che al suo interno racchiude una serie di linee tracciate senza cognizione di causa e in più vi sono riportati tre numeri: 7, 6 e 5 (immagine).
Vi starete chiedendo molte cose adesso, tra cui dove si trovi il mio filo logico, con una più che buona probabilità(non vi nascondo che in certi momenti me lo chieda io stesso). Perché il mio ragionamento appare complesso, irto e, a suo modo, disordinato. Ma non potrebbe essere altrimenti, mi duole dirvelo, perché se una chiara spiegazione a seguito della scoperta mi avrebbe acconsentito di scendere profondamente in merito ai temi di cui sento il dovere di parlarvi e che sono confluiti nel mio romanzo ("L'oro di Dante"), d'altra parte non potrei essere più chiaro se non, in queste battute iniziali, facendovi seguire quello che fu il mio percorso di conoscenza. Perché comprenderete molto più e molto meglio di chiunque altro prima di voi.
Ed è così che mentre ero intento ad approfondire i temi di cui vi parlai nel precedente articolo riguardo la possibile ambientazione della Divina Commedia in Islanda e il suo rapporto alla Primavera di Botticelli secondo Giancarlo Gianazza, tutto per scrivere un mio romanzo su quest'idea che volevo approfondire, dall'altro canto mi trovai ad analizzare il libro di Terhart e quel simbolo strano.
Non ci volle molto -avevo già scritto molto del romanzo - a scegliere di cancellare centinaia e centinaia di pagine.
Fu una sera d'estate e io di fronte al libro di Terhart I templari. Custodi del Santo Graal scorsi il simbolo ed i suoi tre numeri. Proprio in quel momento, come un lampo, fui folgorato da un'intuizione che mi avrebbe poi cambiato la vita...
E se -pensai- quei tre numeri rappresentassero le cantiche scritte da Dante? E se quindi i canti totali fossero...
Adesso però mi sono dilungato troppo e non vorrei tediarvi, ma semplicemente invitarvi al ragionamento e ad interrogarvi. Niente stimola il ragionamento come il dover rimettere tutto in discussione e la fame di conoscenza. Quella che mi attanagliava e che mi spinse a cercare il cibo che avrebbe placato quel morso.
Perché, per quanto possa apparire confuso e anche infelice, quell'idea tanto semplice e folle da sembrare una farneticazione, fu la vera svolta di un mondo che non mi sarei mai sognato di scoprire.
State connessi. Nel prossimo articolo, entrerò nel vero merito della scoperta...
Sì, perché per quanto assurdo possa sembrare, questo è il pensiero che mi scavò nella mente al momento delle prime scoperte che compiei sulla Divina Commedia. Si studia tanto (soprattutto al liceo) una grande opera letteraria - forse, ma anche senza forse, la più grande - avvicinandosi tanto allo stupore e al godimento di un poema letterario così sublime divagando su concetti che vengono espressi fin dalla morte di Dante (1321, ndr), e già approfonditi pochi anni dopo quel nefasto evento dall'eterno Giovanni Boccaccio (forse il primo "dantista" della storia; professore di Divina Commedia all'Università di via dello Studio, a Firenze, e colui che le assegnò l'epiteto 'divina') che non si può credere che la verità, quella celata, sia ben altro. O che esista "altro".
Ma tant'è. E credo sia bene mettere in chiaro le cose per tutti, prima di inoltrarmi nell'arduo lavoro di spiegazione e approfondimento di una scoperta per la quale ho lottato e continuo a lottare con ogni singola cellula del mio corpo. Complessa sì, ma anche semplice. Basta seguire un filo logico. Non serve molto.
L'antipasto che vi ho offerto col passato articolo, tuttavia, può essere servito a stuzzicare il vostro interesse ma certo non esaurisce il vostro appetito che, anzi, se avete apprezzato i flash sulla mia scoperta riguardo le opere botticelliane sarà credo accresciuto, piuttosto che affievolito. (E, con l'occasione, vi ricordo il romanzo che contiene il mio studio: "L'oro di Dante". Acquistabile sia in formato cartaceo, a 24 euro, e ebook a 3,99 euro. Qui il link per Amazon: http://goo.gl/qTZyhj)
Per tutti coloro che non lo sapessero (o non lo ricordassero) parlando per sommi capi la Divina Commedia, poema del priore fiorentino e medico speziale Dante Alighieri, scritto negli anni del suo esilio dalla città (1304-1321), è un'opera divisa in tre parti dette "cantiche". Queste, intitolate "Inferno", "Purgatorio" e "Paradiso" dal nome dei tre regni divini che il Poeta nella finzione letteraria è chiamato a visitare per volere divino chiamato da santa Lucia, la quale incaricò Beatrice Portinari di mandare il poeta Virgilio (sito nel limbo) a prendere Dante, sono divise in 33 canti l'una scritti in versi endecasillabi alternati e concatenati.
La sola cantica che fa eccezione rispetto alle altre è l'Inferno, che conta un canto in aggiunta, il primo, da considerarsi vera e propria eccezione. Si tratta infatti di un'introduzione all'intero poema. Riga più riga meno.
Riassumendo:
Inferno 34 canti (33+1)
Purgatorio 33 canti
Paradiso 33 canti
Ma come sempre aleggiano molti misteri intorno alla Divina Commedia, nonostante questo sia l'insegnamento che viene propugnato a tutti, indistintamente, ormai da quasi sette secoli. Perché in fondo basta e avanza, visto e considerata la mole di lavoro utile a comprenderlo in ogni sua parte. Dante affermava che le sue opere dovevano essere lette su tre livelli distinti: letterale, morale e allegorico.
Vale a dire: sul piano puramente narrativo, poi morale (indagando alla ricerca del senso retorico) e quindi allegorico (cercando il significato delle immagini che Dante mostra per favorire la narrazione).
Questo è il lavoro da svolgere. Ma non basta. Basando i suoi studi di matrice anche domenicana, Dante si è molto ispirato all'Arbor Vitae Iesu Crucifixae di Ubertino da Casale, eternato in epoca moderna, tra l'altro, da Umberto Eco nel suo capolavoro Il nome della rosa (Premio Strega 1981), e le sue numerose citazioni filosofiche e teologiche non fanno altro che impregnare e impreziosire, ma anche inerpicare, il duro cammino di conoscenza del lettore che è chiamato, come capirete, ad approfondire a sua volta, o a documentarsi, su Aristotele prima di tutto (Dante era un aristotelico e credeva nella struttura dei pianeti concentrica) e poi sul resto della filosofia, della teologia, antica e moderna (per la sua epoca), e delle Sacre Scritture... Scusate se è poco!
Un lavoro che in buona sostanza ha portato e che porta, ad oggi, ad approfondire conoscenze di levatura appartenente non certamente al Volgo, ma ai ricchi, ai mecenati e ai monaci, in una maniera prima d'ora ben poche volte favorita. Attraverso la piacevolezza - ma anche il terrore (ricordiamoci che all'epoca si aveva molto timore che ciò che si leggeva fosse vero e si credeva che Dante fosse realmente andato in Inferno, Purgatorio e Paradiso) - della lettura di un poema che preso per quello che è avrebbe arrecato ricchezza d'animo a tutti.
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| Sandro Botticelli. Orazione nell'orto |
Si tratta per cui di una faretra che ha fratturato il mondo letterario e conoscitivo noto fino a quel momento. Fino ad allora, di fatti, tutte le opere(letterali, storiche, filosofiche, teologiche ecc) erano in Latino o Greco antico. Due lingue non conosciute al popolo, eccezion fatta per i nobili istruiti, i monaci (che le scrivevano, studiavano e tramandavano), gli ecclesiastici in genere e pochi altri privilegiati.
Come Dante.
Un uomo che nella Firenze di fine '200 ha avuto il privilegio di ricevere un'istruzione domenicana presso la scuola di Santa Maria Novella potendosi così avvicinare ai trattati di Platone, Pitagora, Archimede, Aristotele, Catilina e molti altri, imparando il Greco, il Latino, un po' d'Ebraico, la Retorica, la Filosofia ecc. Fino ai contemporanei come il succitato e suo contemporaneo frate e teologo Ubertino da Casale.
Tuttavia, la sua scelta rivoluzionaria di scrivere un poema di tanta complessità in Volgare (la lingua parlata dal popolo), dopo aver scritto molte altre opere in Latino e inserendo anche personaggi contemporanei o di recente deceduti, l'ha esaltato agli onori della cronaca non solo per la bellezza, ma anche per l'aver prodotto qualcosa che chiunque sapesse leggere poteva comprendere (almeno dal punto di vista letterale) o potesse quantomeno udire e goderne la piacevolezza del suono in piazza alle letture pubbliche che Boccaccio organizzava in piazza Santa Croce.
Perorare il messaggio e il proprio intento fino alla fine. All'estremo.
Ecco il perché del Volgare. Estendere il messaggio a tutti e non confinarlo, nonostante le critiche dei letterati che volevano che lo scrivesse in Latino, tra ristrette cerchia che avrebbero potuto apprezzarlo.
E' stato grazie a questo suo ardore, in fondo, se è nato l'Italiano oltretutto. La nostra lingua.
Per cui, sulla base di questi presupposti non vi intimorite troppo se una mente del calibro di Dante Alighieri potrebbe aver inserito nella sua opera un segreto. Ci troviamo giustappunto in un'epoca in cui la storia dei cavalieri templari sta per esaurirsi col rogo sulla Senna a Parigi del 23° ed ultimo Gran Maestro templare Jaques de Molay (13 ottobre 1314), e l'instabilità in Europa, non solo nella Penisola, regna più che sovrana anche per l'interminabile e logorroica Guerra dei Cent'anni.
La Germania elegge due nuovi imperatori in contemporanea, appartenenti a due casate differenti, la Francia è traghettata verso il baratro da Filippo IV (detto "Il bello") e il Papato, sotto Clemente V ed i suoi successori, viene spostato con la forza ad Avignone, in Francia, senza ormai avere potere... Pochi, chiari esempi di un'instabilità che vede così il fiorire di numerose opere e gruppi e cerchie di letterati che perorano le loro cause e che hanno, tra i loro aderenti, anche personaggi forti e "politicizzati" quali lo stesso Dante. Cacciato dai Guelfi Neri saliti al potere su Firenze dopo la discesa in terra italica di Carlo di Valois sotto l'inganno di papa Bonifacio VIII(che chiamò il priore dei guelfi bianchi Dante Alighieri a Roma per un'ambasceria, che in realtà era una trappola per farlo allontanare dal centro di potere) ed esiliato per non aver fatto pubblica ammenda. Rifiutandolo, e più volte. Condannato quindi all'esilio. E al rogo, se mai fosse tornato.
Nascono così i poeti del Dolce Stil Novo e, segretamente, un gruppo del tutto simile: i Fedeli d'Amore.
Quest'ultimo tenetelo a mente.
Entrambi i gruppi basavano la loro essenza sull'amore verso la donna e in generale verso il femmineo, vera chiave di elevazione spirituale verso Dio. Si trattava di un'ispirazione che non necessariamente doveva derivare da donne in carne ed ossa, sia chiaro, ma pur sempre donne: scienza, sapienza, filosofia ecc. Così che l'uomo deve innamorarsi, poi allontanarsi dalla amata e trattenere la tensione erotica per sfogarla nella poesia e nella scrittura giungendo quindi a scoprire i misteri del mondo e di Dio.
Ma cosa distingueva i Rosacroce dai Fedeli d'Amore? Non certo la filosofia lavorativa e letteraria, ma un'appartenenza occulta, quella sì...
I Rosacroce, infatti, sarebbero i veri eredi della tradizione templare, oltre che dei loro misteri.
Non mi dilungherò troppo sull'approfondimento del tema suddetto in questa stessa sede, ma ciò basti per intendere l'ampiezza della circostanza in cui ci troviamo affogati e in cui era asperso lo stesso Dante.
Ed eccoci al punto di svolta, l'inizio della mia scoperta e il principio della valanga di verità sopite che ho risvegliato.
Un simbolo sulle facciate di numerose e importanti chiese templari di tutta l'Europa. Alcuni esempi? Be', la cattedrale Chartres, la Cappella di Rosslynn, vari castelli e, addirittura, la chiesa di Rennes le Chateau.
Curiosi? Volete sapere di cosa si tratta? Se è così, dovete sapere che ne parla per primo un certo Franjo Terhart che, per i profani o non conoscitori di questo particolare, è il ricercatore che ha scoperto i messaggi nascosti ne L'ultima cena di Leonardo da Vinci e che poi ha sfruttato Dan Brown nel suo bestseller Il codice da Vinci. Il disegno per la verità non ha alcun fascino particolare né recondito ad un primo sguardo. Si tratta semplicemente di una sorta di ovale che al suo interno racchiude una serie di linee tracciate senza cognizione di causa e in più vi sono riportati tre numeri: 7, 6 e 5 (immagine).
Vi starete chiedendo molte cose adesso, tra cui dove si trovi il mio filo logico, con una più che buona probabilità(non vi nascondo che in certi momenti me lo chieda io stesso). Perché il mio ragionamento appare complesso, irto e, a suo modo, disordinato. Ma non potrebbe essere altrimenti, mi duole dirvelo, perché se una chiara spiegazione a seguito della scoperta mi avrebbe acconsentito di scendere profondamente in merito ai temi di cui sento il dovere di parlarvi e che sono confluiti nel mio romanzo ("L'oro di Dante"), d'altra parte non potrei essere più chiaro se non, in queste battute iniziali, facendovi seguire quello che fu il mio percorso di conoscenza. Perché comprenderete molto più e molto meglio di chiunque altro prima di voi.
Ed è così che mentre ero intento ad approfondire i temi di cui vi parlai nel precedente articolo riguardo la possibile ambientazione della Divina Commedia in Islanda e il suo rapporto alla Primavera di Botticelli secondo Giancarlo Gianazza, tutto per scrivere un mio romanzo su quest'idea che volevo approfondire, dall'altro canto mi trovai ad analizzare il libro di Terhart e quel simbolo strano.
Non ci volle molto -avevo già scritto molto del romanzo - a scegliere di cancellare centinaia e centinaia di pagine.
Fu una sera d'estate e io di fronte al libro di Terhart I templari. Custodi del Santo Graal scorsi il simbolo ed i suoi tre numeri. Proprio in quel momento, come un lampo, fui folgorato da un'intuizione che mi avrebbe poi cambiato la vita...
E se -pensai- quei tre numeri rappresentassero le cantiche scritte da Dante? E se quindi i canti totali fossero...
Adesso però mi sono dilungato troppo e non vorrei tediarvi, ma semplicemente invitarvi al ragionamento e ad interrogarvi. Niente stimola il ragionamento come il dover rimettere tutto in discussione e la fame di conoscenza. Quella che mi attanagliava e che mi spinse a cercare il cibo che avrebbe placato quel morso.
Perché, per quanto possa apparire confuso e anche infelice, quell'idea tanto semplice e folle da sembrare una farneticazione, fu la vera svolta di un mondo che non mi sarei mai sognato di scoprire.
State connessi. Nel prossimo articolo, entrerò nel vero merito della scoperta...
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Dante Alighieri e Sandro Botticelli - Il lato oscuro della storia. Parte 1
Dante Alighieri,
Firenze,
Giancarlo Gianazza,
Inferno,
L'oro di Dante,
Luoghi misteriosi e tesori nascosti,
romanzo,
Rosacroce,
Templari
![]() |
| Sandro Botticelli, Primavera. Galleria degli Uffizi, Firenze. |
Specie se l'idea, all'apparenza folle ma anche affascinante, fosse già stata sfruttata e azzardata da uno studioso che ti ha anticipato nelle mosse, o solo nel tempo.
Già, perché potrebbe succedere qualcosa di non dissimile. Qualcosa che travalichi i meri confini della materialità e metta in contatto persone separate dallo spazio in un solo tempo. Impossibile da immaginare, ma concreto se si azzarda una plausibilità di idee e concetti vissuti e sentiti come pura energia in viaggio da secoli, in cerca della sua concretizzazione.
Ecco quindi che al principio del mio studio sulla Divina Commedia di Dante Alighieri, uno dei capolavori assoluti della letteratura mondiale - poema diviso in tre cantiche a loro volta composte da 33 canti l'una con la sola eccezione dell'Inferno, che ne conta uno in più - quando mi cascò l'occhio, in un pomeriggio di domenica, durante una visita alla Galleria degli Uffizi di Firenze (la mia città) sulla Primavera di Sandro Botticelli, fu proprio allora che notai alcuni particolari che sembravano ricondurre alcuni vaghi tratti di quel sublime dipinto rinascimentale alla mia idea sul massimo lavoro del Vate della lingua italiana. Ma tornare a casa e ricordarsi che sì, esiste un possibile legame tra la Primavera e la Divina Commedia perché un ricercatore ha rimesso tutto in gioco anni prima, è quanto di più sfiancante si possa augurare a chiunque. Mentalmente, nella mia mente intendo, forse i due studi si erano fusi l'uno nell'altro. Avevo insomma composto un unicum da due ricerche allo stesso modo distanti e vicine.
Di cosa parli il mio lavoro di ricerca che trascritto nel mio primo romanzo ("L'oro di Dante", thriller edito da Youcanprint e disponibile in formato cartaceo a 24 euro e ebook a soli 3,99 euro. Qui lo short link di Amazon per l'acquisto: http://goo.gl/qTZyhj) sarà un tema di cui tratterò poco alla volta, poiché prima occorre fare un salto indietro e tornare alle radici di quel problema posteriore sì alle mie prime scoperte sulla Divina Commedia, ma fondamentale per la soluzione che mi avrebbe poi illuminato.
Ed ecco perché principio da qui. Ma andiamo con ordine...
Dicevamo di Botticelli, del possibile legame delle sue opere, e quindi suo, alla Divina Commedia. Perché Sandro Mariani di Vanni Filipepi, al secolo proprio Botticelli, tra le altre frequentò assieme a un giovane e spavaldo Leonardo da Vinci, con cui strinse una più che solidala bottega di Andrea del Verrocchio nella vecchia e fiorente Firenze di metà '400, amicizia. Una sorta di cenacolo di idee, insomma. E ricordando dei misteri aleggianti attorno alla figura potente e magnifica di Leonardo, allora non si può non ammettere che i dubbi sorgano più che spontanei. Botticelli, per di più, aveva avuto l'ardore di rappresentare l'inferno dantesco e tutti i canti della Divina Commedia in carta pecora.
La connessione era quindi più che automatica, ma non sufficiente ad acquietare le fantasie mie, altrui, e gli ardori che mi spinsero a cercare cosa vi fosse dietro quelle immagini. In fondo, Botticelli poteva solo essere finito nel ribollente calderone del vociferare inusitato e insensato che può aspergere una mente sublime quale quella leonardesca, e i suoi seguaci di conseguenza. Mistero, a volte, è semplicemente qualcosa che non si comprende o che non si conosce.
Ma io avevo visto qualcosa nelle sue opere che sembrava avvicinarsi al mio lavoro. Ne ero convinto. E scelsi allora di gettarmi in quel calderone ribollente io stesso.
Poi, dopo alcune brevi analisi e contorti ragionamenti, allora ricordai.
Nella Primavera si trovavano alcuni elementi dettagliati da un ricercatore. Si trattava di alcune coordinate geografiche e della possibile data dell'equinozio di aprile del 1319, forse riportato dal medesimo Dante Alighieri nei primi versi della cantica del Paradiso(la terza, dopo Inferno e Purgatorio). Una scoperta realizzata però... da Giancarlo Gianazza. Ad onor della cronaca e di un grande lavoro(nonostante il mio forte turbamento e senso di sconfitta che mi permeava all'epoca, cioè due anni fa), va riconosciuto che Gianazza, più di tutti prima di tutti, forse, è stato il vero apripista (escludendo René Guenon, s'intende) verso il mondo esoterico del divin poeta e altrettanto capofila a tentate di fornire una risposta alla sfida lanciata da Dante nel IX canto dell'Inferno: "o voi ch'avete li 'ntelletti sani/ mirate la dottrina che s'asconde/ sotto 'l velame de li versi strani".
Un invito più che chiaro a considerare la Divina Commedia sotto una luce del tutto differente dai gradi di lettura a cui invita nel Convivio: letterale, morale e allegorico.
Un metodo, per cui... arcano?
Non lo sapevo e il fatto che qualcuno si fosse mosso con dieci anni di anticipo rispetto a me certo non faceva ben sperare. Anche perché, in base ai suoi studi, Giancarlo Gianazza era giunto a scoprire che Dante poteva essersi ispirato all'Islanda per ambientare la Divina Commedia e, se fosse stato comprovato il suo legame ai cavalieri templari, vi avrebbe potuto nascondere un tesoro con loro o avrebbe potuto sapere della sua esistenza. La scoperta di un ansa naturale scavata da un fiume e legata da Gianazza alla candida rosa dei santi del paradiso, oltre che alle coordinate geografiche nella Primavera e nei versi danteschi (Tu-le; ve ne parlerò) è certamente l'apice del suo studio.
Mi lasciò fin da subito col fiato sospeso e il cuore affranto... ma mi chiesi se fosse davvero quello il vero senso occulto della Divina Commedia e delle opere di Botticelli. Se, insomma, il segreto fosse realmente stato celato in Islanda.
Poteva essere realmente così, in fondo. Dato che persino l'America sarebbe stata scoperta dai templari dopo i Vichinghi ma sempre prima di Colombo (le caravelle, per la cronaca, recavano bandiera templare e Colombo si sposò con una componente della famiglia Sainclair; la più importante tra le famiglie templari). Cento anni prima, per la precisione. Anno più anno meno.
| Primavera, Sandro Botticelli. Lo studio di Giancarlo Gianazza |
Ma, guarda caso, furono proprio le opere di Sandro Botticelli a dettarmi la via... E non una, ma trenta!
Non poteva trattarsi di un caso se, seguendo un metodo di scomposizione da me supposto e sviluppato le opere si scomponevano esattamente allo stesso modo e con la medesima curata e fine cadenza. Tutte. Dalla prima all'ultima. Con un occhio particolare alle tre della Cappella Sistina, da sempre criticate per il disordine compositivo.
Disordine, contrario a quello che invece sono. Ordine celato. Nascosto da un segreto che si riconnette esattamente alle mie ipotesi sulla Divina Commedia. Ai miei studi.
In ogni opera di Botticelli ho individuato un pentalfa(o pentagramma, dipende dai gusti), il riferimento al numero 13, la figura di Dante Alighieri e la scritta "DILM"(in molte, non in tutte).
Perché? Cosa significano? In che modo ho potuto trovarli? Qual è il metodo compositivo e scompositivo?
Beh, mi duole dirvelo ma questo sarà il tema dei prossimi articoli. Il mio studio è fin troppo lungo e articolato per concentrarsi in un solo post, per quanto prolisso e approfondito. Posso solo accennarvi che la stella a cinque punte rappresenta Dio, e per questo il Paradiso (cantica e anche regno divino) di cui si dice che gli ultimi tredici canti non furono ritrovati quando Dante morì...
Casualità? Concomitanze? Convergenze storiche o persino simbolico-grafiche?
E' presto per dirlo. Anzi, per dirvelo.
Dovete aver pazienza e predisporvi a cambiare prospettiva.
Su tutto. Divina Commedia e Sandro Botticelli. Templari e simboli ormai noti.
Perché quello che credevate comprovato e saldo, potrebbe rivelarsi errato e arcano.
E la soluzione, potrebbe essere la più semplice che avreste mai creduto.
Perché anch'io analizzando da solo la Primavera ho scoperto che forse la soluzione è molto più semplice di quanto chiunque prima di me non credesse...
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| Il mio studio su Primavera di Sandro Botticelli. |
All rights reserved. Diritti riservati a Filippo Martelli sulla scomposizione qui presente.
© Filippo Martelli 2013.
Questo articolo fa parte della serie dedicata alle scoperte di Filippo Martelli sulla Divina Commedia. A breve i seguiti e gli approfondimenti.
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